Come vedo Francesco

Con gli occhi di un ecuadoriano

Fermin Sandoval Ortiz è un prete ecuadoriano, già docente di antropologia culturale nell’università di Otavalo (Ecuador), che si trova da alcuni anni in Italia per motivi di studio. E’ stato ospite dell’associazione ALOE Onlus come relatore al corso di formazione IL SENSO DEL PARTIRE nell’aprile del 2012, con un intervento dal titolo: “Una passeggiata nella viva memoria. La tradizione del popolo Otavalo dell’Ecuador“.

Firmin 5

Il professor Fermin H. Sandoval Ortiz

 

A Gallarate, dove risiede, è stato intervistato, a ridosso della elezione di papa Francesco, per il bollettino parrocchiale. L‘autore dell’intervista gli pone alcune domande allo scopo di capire il contraccolpo che questa elezione ha suscitato nella comunità latino-americana.
Ripropongo volentieri ai miei lettori questa intervista fatta all’amico Fermin.

Fermin Sandoval a Fermo per "Il senso del partire"

Fermin Sandoval a Fermo per “Il senso del partire”

Com’è stata accolta l’elezione di Papa Francesco in America?

La notizia inaspettata è stata accolta con immensa gioia. Ad esempio, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa Delgado, ha rilevato l’importanza della scelta tra i cardinali americani del successore vescovo di Roma, in questi momenti di cambiamenti fondamentali nel continente. Nel popolo, come si può leggere nei social networks, ha suscitato la gioiosa consapevolezza di participare ad un avvenimento importante.

Il vastissimo continente americano è composto da vari paesi e culture molto diverse tra loro. Ogni paese ha una sua storia specifica. Quando ci si riferisce ai paesi del Cono Sur (Argentina, Cile, Uruguay e Paraguay), si parla di paesi configurati da un forte immigrazione europea (italiana, inglese, tedesca e spagnola). La gente di questi paesi conserva il legame con la terra d’origine, con nostalgia e col vivo desiderio di ritornare alla “madre patria”. Questo nesso ha segnato un sentimento particolare nella gente dei paesi del Cono Sur, come rileva il poeta Atahualpa Yupanqui[1], nei confronti dei propri conterranei, dicendo: “Sono stranieri nella propria terra”. Il nuovo vescovo di Roma, viene da questa zona, che è diversa dai paesi nati dalle culture aborigene americane (dove la terra è la “alpamama” -la madre tierra- che in italiano si potrebbe rendere con mamma terra), ma senza dubbi la terra americana (l’Argentina) l’ha contrassegnato la vita di Papa Francesco.

E’ vero ci se attendeva da tempo un Papa latino-americano?

L’evangelizzazione sul continente, scoperto per caso da Colombo e chiamato dagli europei “America”, è iniziata con l’istituzione e l’erezione delle diocesi e delle parrocchie, nel cinquecento, e seguendo il metodo della “Encomienda”[2] e della “Reduccion”[3]. È, però, interessante e curioso rilevare che, dopo 500 anni di storia cristiana, essa abbia ora vescovi stranieri a capo delle diocesi. Infatti molti vescovi latino-americani, arrivati alle diocesi in missione oppure al seguito di un gruppo ecclesiale specifico e successivamente diventati vescovi, provengono dall’Europa. Anche per questo motivo si riteneva improbabile l’elezione del vescovo di Roma tra i cardinali nati America.

Nel novecento abbiamo avuto figure ecclesiastiche molto importanti (Oscar Romero, Hèlder Camara, Leonidas Proaño), che hanno ascoltato le necessità della popolazione e conseguentemente sviluppato il loro magistero. Hanno rivelato la scandalosa vicenda (ingiusta, inumana ed, ovviamente, non cristiana) all’interno delle comunità paradossalmente dette cristiane. Purtroppo, l’influenza di qualche cattivo pensiero sia nell’elaborazione delle teologie della liberazione sia nel respingimento delle teorizzazioni erronee, ha generato confusione e ha oscurato l’annuncio del vangelo realizzato dal magistero episcopale in America. Soprattutto, hanno lasciato il segni di un non-protagomismo oppure di una incapacità tra i cattolici latino-americani. A questo punto bisogna ricordare che tra i papabili c’erano i vescovi statunitensi, uno dei quali (secondo i messi di comunicazione) conosceva la problematica degli immigrati latino-americani. Cioè, i cattolici latino-americani non si considerano protagonisti dell’evangelizzazione o della “nuova evangelizzazione”. Bisogna, tuttavia sottolineare che la maggior parte dei cattolici è nell’America (534 milioni).

Cosa ha voluto dire l’elezione di Papa Francesco?

Siamo testimoni di un cambiamento sia nelle azioni sia nell’uso delle parole, da parte del nuovo vescovo di Roma: la scelta del nome, il saluto iniziale alla diocesi, ecc.  Personalmente, in tutti questi segni, percepisco la linea pastorale basilare del Documento di Aparecida, documento conclusivo della V Conferenza dell’Episcopato Latino-americano (CELAM[4]) a cui l’allora cardinale di Buenos Aires Bergoglio aveva partecipato. Essa potrebbe essere  riassunta nell’urgente necessità di evangelizzare “de corazon a corazon” (da cuore a cuore). Ad esempio, nel saluto iniziale invita gli abitanti della città di Roma a fare un cammino insieme (Vescovo e popolo; popolo e Vescovo), spostando dal magistero l’autoreferenzialità della vicenda personale della fede del pastore alla vicenda ecclesiale (comunitaria) della fede; cioè pastore e gregge compiono insieme il percorso della fede. Quindi non solo il pastore dice ed i fedeli obbediscono.  In tal senso si può considerare anche la richiesta dell’omelia all’inizio del pontificato, che è un invito a farsi carico della responsabilità personale di custodire (cuidar) il creato e gli altri. L’inizio di questo servizio pastorale del vescovo di Roma (che presiede nella carità le chiese), il cui compito è “evangelizzare la città di Roma” e di “confermare nella Fede i fratelli”, sembra che porti una boccata d’aria fresca e vitale, capace di risvegliare la speranza.

Cosa vuol dire per te?

Il vescovo di Roma Francesco riprende l’uso di categorie importantissime: mitezza, misericordia, paternità (maternità), povertà, gioia, semplicità, profondità, essenzialità, ecc. Mi richiama un caro ricordo: la mia formazione per il servizio sacerdotale mi aveva lasciato un’immagine dell’evangelizzazione come se fosse costituita dall’insegnamento della Fede ad altre persone; cioè, il fatto di sapere qualcosa che altri non sapevano e di andare ad insegnarlo a quei “poveretti”. Ma, quando iniziai il mio ministero mi colpì una frase delle missionarie Lauritas[5], che lavoravano nelle comunità indigene ed emarginate, dove anch’io svolgevo il mio mistero. Le missionarie mi avevano confidato il loro bisogno “di essere evangelizzate dai poveri”. L’idea del Dio vero non appartiene a qualche finzione intellettualistica. Si rivela nel farsi carico, in presenza della necessità effettiva, della vera condizione umana, del bisogno.

Il vescovo col poncho

Leonidas Proaño, il vescovo col poncho

Da quella data, mi interessai alla lettera delle opere del grande vescovo di Riobamba, Leonidas Proaño, forse il pastore ecuadoregno più importante del secolo scorso, in particolare del suo saggio Credo nell’uomo, credo nella comunità (Creo en el hombre creo en la comunidad), in cui condivide la sua vicenda di servitore di Dio tra i suoi fratelli.  È la vicinanza ad un essere umano concreto che rimanda al Dio vero e proprio. La povertà consiste nell’avvicinarsi alla vera necessità umana e riconoscere se stesso povero. Un evangelizzatore non cerca gli esseri umani “bisognosi” per fare qualche piccola buona azione. È lui, l’evangelizzatore, che ha bisogno di essere parte di una realtà umana, perché la strada verso Dio si percorre insieme ai fratelli. Soltanto riconoscendo la dignità dell’altro si scopre la propria dignità. Mi auguro che anche la teologia e specialmente i teologi europei possano uscire dai loro schemi teorici e svolgere il loro compito non solo “inginocchiandosi” come consigliava Hans Urs Von Balthasar, ma anche concretamente: cioè “lasciandosi evangelizzare dai poveri”, come si intuisce dalla vicenda di Oscar Romero o di Leonidas Proaño, per i quali credere nel vangelo richiede l’impegno della propria vita  -questo non è metafora-. Davanti ai poveri non ci sono altre scelte; c’è soltanto il martirio, la propria dignità è legata alla dignità dei poveri.

Intervista di Gianluca Tricella, 24 marzo 2013


[1]  Atahualpa Yupanqui, pseudonimo di Héctor Roberto Chavero Aramburo (Pergamino, 31 gennaio 1908 – Nimes, 23 maggio 1992) è stato cantautore, chitarrista e scrittore argentino.

[2] La “Encomienda” era il modo di insegnare la dottrina cristiana e di conferire i sacramenti agli indigeni americano. Ogni encomienda era stata affidata ad un “encomendero” (un cattolico che era sempre uno spagnolo), che doveva prevedere i sacerdoti (“dotrinero”) in cambio del lavoro degli indigeni.

[3] La “Reduccion” è stata uno strumento di controllo, per il miglior governo dei popoli americani nel periodo coloniale. Stabiliva il raduno degli abitanti –contrariamente alle loro consuetudini- di una zona per farne un paese.

[4] La Conferenza Episcopale Latino-Americana si riunisce periodicamente in assemblea plenaria. Finora ci  sono state cinque conferenze generali; l’ultima si è svolta nel  2007 ad Aparecida, città del Brasile.

[5] La congregazione fu fondata il 4 maggio 1914 da Maria Laura Montoya Upegui (1874-1949).  Madre Laura lasciò Medellin, una città della Colombia, insieme a quattro compagne per svolgere opere di educazione e di catechesi presso gli indios Cuna nella regione del Golfo di Urabà. Quest’opera si diffuse nelle comunità delle Ande, dove non potevano arrivare i sacerdoti. Il vescovo di Santa Fe de Antioquia (Colombia) il 16 novembre 1916 eresse la comunità di madre Laura a congregazione religiosa; poi l’istituto ricevette l’approvazione definitiva dalla Santa Sede nel 1968. La fondatrice è stata beatificata da Giovanni Paolo II il 25 aprile 2004 e sarà canonizzata a maggio del 2013.

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