La dolce attesa

L’attesa di un bimbo è una delle esperienze più profonde che un uomo e una donna possano fare. E’ un mistero che continuamente si rinnova in ogni tempo e in ogni luogo di questo nostro comune pianeta; un mistero che silenziosamente ti modella l’anima. Un bambino che nasce non è solo una persona che si aggiunge al vivere comune, ma è sempre anche il principio di una trasformazione. La matematica qui non funziona più: due più uno non fa tre, fa molto di più e di meno, sicuramente un ‘uno’ più grande. L’attesa di un bambino è l’emozione di vivere l’attimo struggente che ti trasforma in un papà o in una mamma, e per sempre.

Conosco quest’attesa, l’ho vissuta per la nascita del mio primo figlio. Guardavo ogni giorno il pancione di mia moglie crescere, mi estasiavo ai suoi primi movimenti impercettibili, curiosi e strani, una vita interna che smaniava di proiettarsi all’esterno gravidanza 1spingendo ora qua ora là, con la testa o con i piedi, creando bozzi visibili sulla rotondità della pancia. Nove lunghissimi mesi nei quali i sentimenti e le emozioni si sedimentavano nel fondo dell’anima per poi esplodere un giorno di fine agosto, alle otto del mattino, dopo una notte insonne passata accanto a mia moglie e cacciato fuori nel momento supremo, quando avrei tanto voluto poterle restare accanto per vederlo nascere questo nuovo essere umano, che sarebbe restato per sempre attaccato alle nostre vite, nonostante il taglio del cordone ombelicale.  Ma il felice evento non arresta l’attesa, perché essa diventa ora vigilanza: giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno ne spiamo la crescita e tutte le innumerevoli tappe sul cammino della vita. Per me e mia moglie questa attesa del bimbo che cresceva, si è subito  inserita in un’altra attesa, quella della partenza per l’Africa, dove saremmo restati per alcuni anni, insieme con lui.

In Africa poi è venuta la seconda gravidanza di mia moglie ed è tornata di nuovo l’attesa di una  nuova vita. Questa volta con un po’ di ansia in più, almeno da parte mia. Andrà tutto bene? Per i controlli della gestazione andavamo all’ospedale di Lwansha, città mineraria, dove c’era un ospedale ben tenuto ed il cui reparto maternità sembrava accettabile. Essere un ospedale della miniera significava che qui venivano le maestranze e tutta la gente con qualche posto di responsabilità nella miniera stessa, non i bianchi, quelli andavano direttamente in Sudafrica anche per un semplice raffreddore, mai si sarebbero sottoposti alle cure di un ospedale di neri, fosse anche un ospedale per l’élite. Però man mano che la gravidanza procedeva e si contavano le settimane e si avvicinava la data fatidica, la situazione globale del paese sembrava peggiorare, si parlava sempre di più con insistenza di una epidemia di colera che si stava sviluppando nelle periferie delle città dove la gente viveva in condizioni poco igieniche. Erano ormai due anni che ci trovavamo in Zambia, anche se non ci mancavano, è vero, né amici né familiari, perché come dice Gesù nel vangelo: ‘chi lascia una cosa per il regno, ne ritrova cento’ e noi lo stavamo sperimentando.

Al settimo mese di gravidanza prendemmo l’aereo che ci avrebbe riportato al nostro paese, l’Italia! Marco aveva allora tre anni, la sua curiosità e la sua eccitazione erano senza fine. Lui ormai non ricordava più il viaggio precedente e il fatto che questo era semplicemente a ritroso di quello. Per lui noi eravamo sempre vissuti in Africa, terra che, per quanto lui ne sapeva, era la nostra patria, e  ora facevamo, per la prima volta, un viaggio in una terra straniera. Mi sono accorto, da mille piccoli segni, della sua meraviglia nello scoprire un mondo diverso, il non vedere, ad esempio, la gente camminare a piedi per strada, o vederla tutta dello stesso colore sbiadito, cosa che azzerava d’un colpo la nostra diversità. In un paio di settimane facemmo il giro dei parenti; tutti che volevano sapere come si vivesse in Africa, come fossero le case, che cosa si mangiasse e via di seguito; e ci guardavano come si guardano, tra la meraviglia e il timore, animali esotici. Non ne potevo più di tutta questa attenzione stranita, non vedevo l’ora di poter tornare al mio Twikatane Ndola Vocational Traininig Centre, pensavo spesso a cosa stessero facendo i nostri amici zambiani che avevamo selezionato come leader del progetto. Era la prima volta che li lasciavamo soli per tre settimane alle prese con la gestione del centro; chissà cosa mi avrebbero combinato. Anche questa era attesa! Finalmente giunse il tempo per me di ripartire.  Lasciai mia moglie e mio figlio in mano sicure, dai suoceri; mi feci accompagnare all’aeroporto e ripresi il volo per Lusaka. Sarei tornato fra tre mesi, per riunire la famigliola nel frattempo cresciuta, rifare i bagagli e riportare tutti a casa, in Africa.

Una dolce attesa di tre mesi, mentre mi reimmergevo, anima e corpo, nella vita quotidiana del Twikatane, una comunità di una sessantina di persone di cui mi sentivo responsabile sia per la formazione diretta sul lavoro, giovani falegnami e giovani sarte, sia per la formazione dei futuri leader alla gestione del centro. Una sessantina di persone le cui vite personali, spesso e volentieri, tracimavano nella scuola e richiedevano un minimo di attenzione da parte nostra, che dovevamo farci forza per non essere travolti dall’angoscia. Giornate intense, che ti estenuavano sino “alle cinque della sera”, come la famosa poesia di Garcia Lorca, in una realtà, quella del Franciscan Centre, dove si agitavano mille attività. Ma alle cinque della sera tutte le attività – centro professionale, tipografia, parrocchia, dispensario medico, ecc. – chiudevano, e la gente scemava in fretta verso i popolosi quartieri di Chifubu, Pamodzi, Chipulukusu, e altri, verso le loro casupole allineate tutte le une alle altre, come in un alveare. Passate le cinque della sera, una strana calma calava tutt’intorno, le voci dei quartieri vicini attutite dalla lontananza e dalle mura che circondavano il centro; la giornata volgeva al declino e alle sei e trenta circa calava improvvisa la notte e il silenzio. Allora, e solo allora, io rientravo in me stesso, cominciavo a pensare alla mia famigliola lontana, al pancione di mia moglie che cresceva, ai bozzi che si formavano sempre più vistosi e si muovevano e scemavano, indicando la vita vivace dell’esserino che, dentro, smaniava di vedere la luce; al mio piccolo bimbo di tre anni che immaginavo correre felice nell’ampia corte della casa dei nonni, ma forse preso anche lui dalla nostalgia per la mancanza dei suoi amichetti zambiani con cui era stato solito passare le giornate qui al centro. Se mia moglie, a migliaia di kilometri più a nord, era in dolce attesa, io in questo contesto, dove alla sera potevo vedere, nel cielo meravigliosamente stellato, la Croce del Sud, lo ero ancora di più; mi mancavano da morire in questo silenzio irreale, rotto solo dal latrare dei cani che le guardie lasciavano finalmente liberi di scatenarsi per la grande missione, dopo essere stati tutto il giorno rinchiusi nel loro recinto. Per loro erano le ore del giorno il tempo dell’attesa e la notte, al contrario, il tempo della libertà, il tempo della vita. Per me invece la notte, soprattutto se insonne, era il tempo dell’attesa, della nostalgia, della solitudine, del pensiero per i mesi futuri di nuovo alle prese con pannolini, biberon, passeggino, e tutto questo in questa meravigliosa terra d’Africa assolata, ma anche pericolosa per le sue mille insidie, magari più apparenti che reali, ma pur sempre presenti nella mente e nel cuore.

Come sempre accade, in realtà i giorni passarono in fretta, volarono, e giunse l’annuncio della nascita, in una ‘fresca’, per un paese dell’emisfero australe, giornata d’agosto, ancora una volta alle otto del mattino, di una bambina, che i miei collaboratori zambiani vollero, per parte loro, chiamare Bupe, regalo, come secondo nome, un nome africano. Non vedevo l’ora di riprendere di nuovo l’aereo e volare al paese dove era nata mia moglie e, ora, anche la nostra bambina. Il cuore mi batteva forte, sull’aereo che sorvolava il cielo, perso tra le nuvole bianche che mi nascondevano il vasto continente sottostante, per l’attesa di riabbracciare i miei cari. A stento riuscii a trattenere l’ondata emotiva, quando, espletate tutte le formalità aeroportuali e recuperato il bagaglio, entrai nella hall dell’attesa e non vidi, in fondo al corridoio, un bimbetto di tre anni con i pantaloncini corti e un cappellino bege; era circondato da tanta gente che però io non vidi; nei miei ricordi, ho visto solo lui, come se il resto del mondo fosse svanito attorno, e mi vide anche lui e ci corremmo incontro e lo abbracciai felice, alzandolo forte da terra, mentre lui continuava a chiamarmi ‘papi’ con una cadenza che non ricordavo, una inflessione familiare e insieme strana; ci misi un attimo a capire che nel frattempo aveva imparato a parlare nel dialetto veneto. Fu solo allora che vidi anche lei, mia moglie che mi veniva incontro guidando una carrozzina, col volto sorridente e soddisfatto di chi sente di aver fatto un buon lavoro, e mi indicava il fagottino perso nella culletta, una bimbetta minuta, dai capelli già folti e nerissimi. Abbracciai mia moglie in fretta, forse troppo in fretta, perchè avevo voglia di stringere quel fagottino bianco sul quale spiccava una testolina nera nera, di una tenerezza infinita. Ed ora l’avevo tra le braccia, timoroso di farle del male; l’attesa, che avevo avvertito con struggente nostalgia sotto il meraviglioso cielo stellato dei tropici, era terminata, lei era lì, per riempire, d’ora in poi, i miei giorni e le mie notti accanto a mia moglie e al piccolo Marco, tutto felice per la sua sorellina che avrebbe voluto già grandicella, compagna di giochi.

Gli anni passano in fretta, ti rotolano dentro senza che ne avverti il rumore. Marco aveva ora sei anni e Bupe già tre. Si godevano una infanzia felice nel villaggio africano, tra le decine di coetanei con i quali trascorrevano intere le giornate di giochi, di corse e rincorse, di caccia, di salite e discese sugli alberi. In tutti questi anni, io e mia moglie, persi dietro a queste nostre due piccole pesti, non avevamo mai capito se volevamo un terzo figlio oppure no. La cosa è venuta da sé, senza averla decisa; si è imposta da sola nel cuore; anzi, no, ci è stata ‘donata’ da una coppia di amici olandesi, volontari come noi, che prestavano il loro servizio presso una struttura per bambini abbandonati. Non avevano figli e non potevano averne. Un giorno avevano letto sul Times of Zambia il caso toccante di una neonata abbandonata in ospedale: una ragazza era entrata con in braccio un bimba appena nata e aveva chiesto ad una donna di tenergliela per un attimo, come se avesse dovuto fare qualcosa d’immediato. Ed era scomparsa.  Un evento raro in Africa. I nostri amici, d’impulso, pagina di giornale in mano, si erano recati nell’ospedale in questione e avevano chiesto di poter adottare la bimba. Fu loro accordato. Eravamo entrati in contatto con loro dopo questo avvenimento, essi d’un biondo fortissimo tutti presi dietro alla piccola e nerissima Nicky. Un quadretto stupendo, una metafora della vita, la vittoria di una paternità e maternità umana sulla natura puramente biologica. Dall’ammirazione al progetto, il passo fu breve: il terzo figlio lo avremmo adottato! Non eravamo mossi da nessuna necessità, la natura biologica ci aveva già gratificato con due bellissimi bimbi; nessun dubbio che lo avrebbe fatto anche con un terzo. Ma noi volevamo affermare il regno della libertà su quello della necessità; e abbiamo in iniziato un nuovo tipo di attesa: quella dell’adozione di un bambino.

I nostri amici erano entusiasti di poterci dare una mano e cominciammo a visitare qualche orfanotrofio per conoscere la realtà dei bambini senza famiglia. Intanto ne parlavamo con i nostri figli, anche loro felici della prospettiva di avere una sorellina o un fratellino neri, come i loro compagni di gioco. Un giorno che stavamo visitando uno di questi orfanotrofi, Marco prese per mano un bambina che gli era particolarmente simpatica e ci disse: “papà mamma, possiamo prendere questa?” Poteva avere la stessa età di Bupe, ricordo ancora il suo piccolo volto, la sua personcina minuta, i suoi occhietti nerissimi e vispi. Ce l’ho ancora fisso nella mente come un flash improvviso ed eterno. Da quando l’idea dell’adozione mi era penetrata nell’anima, mi ritrovavo a fantasticare momenti come questi, l’attimo sfuggente in cui un evento imponderabile trasformi l’attesa in un volto concreto. Mi accorsi di guardare quella bimba, che stava ora camminando, per un attimo, mano nella mano con Marco, con una tenerezza infinita. Ma fui riportato brutalmente nella realtà. “Molti di questi bambini sono nati già sieropositivi – ci informò il nostro amico – e non vengono dati in adozione; può capitare che qualcuno di loro riesca a guarire, sembra strano, ma avviene con questi bambini che nascono così, però i più non ce la fanno”. Era stato un attimo, e l’infinita tenerezza si era subito trasformata in infinita tristezza. Il  mistero della sofferenza adulta sembra niente davanti alla infinita ingiustizia di bambini nati già con una sentenza di condanna sul capo.

In un’altra occasione, mentre stavamo parlando con il personale dell’orfanotrofio, un bimbetto di quattro o cinque anni, con il volto da ometto maturo, mi viene vicino, mi sorride e si piazza tra le mie ginocchia come fossi il suo papà; aveva voglia di coccole. Lo accolsi volentieri e me lo coccolai per un po’. Si chiamava Mulenga, mi disse l’operatrice, e mi raccontò la sua storia. Un giorno alla stazione di Choma, una donna era salita con lui sul vagone di un treno chiedendo al primo vicino di dare, per un attimo, una occhiata al bambino, mentre lei sarebbe scesa a recuperava il bagaglio. Ma il treno era ripartito senza che questa donna fosse risalita. La persona in questione aveva consegnato il bimbo al bigliettaio che lo aveva fatto scendere alla stazione successiva, quella di Kafue, la nostra, consegnandolo alla polizia locale, che non aveva potuto fare di meglio che portarlo in questa struttura. Per un attimo penso al mio Marco che ha la stessa età di Mulenga e mi si stringe il cuore al pensiero che si fosse trovato, di punto in bianco, abbandonato in quel modo, privato d’un colpo della sua famiglia e della sua storia per sempre. Mentre ero seduto e la conversazione continuava, Mulenga stava immobile in piedi tra le mie ginocchia mentre le mie mani circondavano il suo corpicino minuto. Mi batteva forte il cuore: noi volevamo un bambino zambiano, ma un bambino zambiano sembrava avermi già preceduto! Mulenga era sceso dal treno, senza più una famiglia, a Kafue, proprio dove noi abitavamo; ed ora, a colpo sicuro era venuto a cercare protezione e coccole da me. Non sono di quelli che credono nelle coincidenze, ma questo sembrava proprio un segno del destino. Già lo vedevo come parte integrante della nostra famiglia, allegramente coinvolto nei giochi indefessi degli altri due miei bimbi. La paternità e la maternità, una volta acquisite, diventano una prospettiva con cui si guarda il mondo dei piccoli. In genere è un sentimento sommerso, inconsapevole, ma qualche volta emerge come in una sorta di attività carsica e ti invade in maniera potente. Ecco ora era emerso, lo stavo vivendo. Mentalmente precorrevo il futuro e mi ritrovavo già a raccontare l’evento. “Il mio terzo figlio? Lo incontrai un giorno in un orfanotrofio di Lusaka, fu lui stesso a scegliere  me!” Ma  mi sbagliavo.

“L’idoneità per l’adozione ce l’avete?” Ci chiese un giorno Claudia, una amica dell’ambasciata italiana di Lusaka, alla quale avevamo confidato la nostra volontà di adottare un bambino zambiano. “Idoneità? Che cos’è?” chiedemmo stupiti. E fu così che cominciò un iter burocratico, con il Tribunale per i Minorenni, che doveva spegnere i nostri entusiasmi e abortire sul nascere la possibilità di dar seguito alla emozionante esperienza della conoscenza del piccolo Mulenga. Una attesa purtroppo subito abortita. Mi capita a volte di ripensare a quel bimbo che avevo sentito già mio e che ora dovrebbe essere un giovane nel pieno delle sue potenzialità, con all’incirca 24 o 25 anni.

Sono passati infatti venti anni da allora. I miei figli biologici si sono ormai incamminati per la loro strada di adulti, sono ora nel fiore degli anni. Il mio compito nei loro confronti è quasi del tutto terminato, non mi resta che l’attesa, un po’ sconcertante, di vederli allontanarsi del tutto da me, autonomi e indipendenti, con altre storie da vivere. Il compito di un uomo finisce nel momento in cui non diventa inutile. Sembra un paradosso, ma è la pura verità: solo allora possiamo sentirci appagati e orgogliosi, quando non serviamo più a niente!  Ma i sogni e le speranze hanno uno strano destino; a volte sono come le visioni profetiche: destinate a realizzarsi, ma in tempi imprevisti e imprevedibili. Mai gestazione fu più lunga di questa: dopo tutti questi anni, siamo ora nella dolce attesa che il nostro terzo figlio venga dichiarato tale dalle carte di un Tribunale. Ma lui è già qui, parte integrante della nostra storia ormai, carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa, uno splendido maschietto dalla pelle ambrata, tipica dei figli dell’oriente. È arrivato un giorno di settembre di cinque anni fa, con il suo volto minuto color dell’ulivo, gli occhietti nerissimi ma pieni di luce, piccolo uomo che la vita aveva già reso pensoso, ritrovatosi solo, a neanche tre anni, lontano dal mondo che lo ha generato. Sarebbe dovuto rimanere per poco come minore in affido: resterà con noi per sempre come figlio adottivo! Quando si inizia una nuova esperienza con un minore in affido, si sa sempre come la storia comincia, ma non si sa come essa andrà a finire. La storia di Wasim, il mio terzo figlio, non fa eccezione. Wasim è ormai diventato parte di me, come io lo sono certamente di lui; ci ritroviamo a passare molte ore del giorno insieme, compagni di gioco, di studio, di vita. È un dolce camminare mano nella mano,  io con l’orizzonte dei monti già quasi vicino e lui che scruta lontano lontano il suo astro nascente. Wasim è davvero venuto dalla fine del mondo, come papa Francesco, compiendo almeno ottomila chilometri nei primi tre anni di vita; ma è andato ancor più lontano negli anni seguenti, pur rimanendo fermo nella stessa dimora. Ha compiuto un viaggio nel profondo di se stesso, di me, di mia moglie, dei miei figli ormai suoi fratelli per sempre, dei suoi amici di scuola, di un idioma che gli era straniero eppur divenuto ormai ‘madre lingua’, di una cultura che sta facendo sua, ogni giorno di più, come ogni bambino felice e sereno. Lo vedo inoltrarsi con passo sicuro e deciso nel suo mondo di vita che è il mio, che sono suo padre. E mentre cammino con lui,  scopro pian piano, dentro di me, la voglia impossibile di un mio cammino a ritroso. Mi piacerebbe poter penetrare nel suo mondo di origine, coglierne i valori più profondi e più veri, oltre tutte le apparenti diversità culturali, farli miei per poterli trasmettere a lui come solo un padre può fare. L’adozione è un mistero profondo nel quale non sai mai chi sia l’adottato e chi l’adottante. È un innesto esistenziale che rende unica la pianta, con il tronco che acquisisce le proprietà dell’innesto e il nuovo ramo che si fa forte della forza del tronco. E la vita che si tramuta tutta intera nella dolce attesa della fioritura dell’albero, della maturazione dei frutti e dei semi per un mondo nuovo, che sempre rinasce.

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