Un diario d’Africa

Il villaggio racconta.

 Maifeo, figlia della luna, è il diario di una ragazza, Alice Beltrami, che ha avuto il coraggio di lasciare le comode sicurezze della sua casa, la compagnia dei suoi amici, le piccole e grandi soddisfazioni di una vita comoda e tranquilla, per trascorrere un anno come volontaria in servizio civile in uno sperduto villaggio del Camerun. L’orizzonte di questo diario è il villaggio di Mouda, che si trova vicino a Maroua, capoluogo della Provincia camerunese dell’Estremo Nord, quasi a ridosso del Ciad.  Qui un missionario italiano del PIME, p. Danilo Fenaroli, con alcune collaboratrici, ha costruito un centro polifunzionale – la Fondazione Bethlem – al servizio dei più poveri tra i poveri, i bambini disabili così numerosi in Africa, terra dove la miseria, le condizioni di assoluta precarietà, l’ignoranza e le malattie innalzano non solo paurosamente la percentuale della mortalità infantile, ma anche, purtroppo, quella della disabilità permanente. La Fondazione Bethlem offre una casa, un centro di riabilitazione e di formazione scolastica a questi bambini meno fortunati, gli “hendi” come vengono scherzosamente chiamati in questo diario le cui pagine ‘grondano’ tenerezza e amore dalla prima all’ultima. Accanto alla cura per i disabili, l’attività dell’asilo per i più piccoli, con i quali Alice, insieme alle sue colleghe camerunensi, trascorre le mattinate, riempite dei giochi, delle mille piccole attività con le quali coltivare la formazione di queste piccole menti e di questi piccoli corpi che costituiranno anch’essi il nostro comune futuro. È chiaro, infatti, che il futuro appartiene ai bambini e l’investimento più grande e più sicuro che una comunità possa fare è quello di puntare sull’educazione dei suoi figli, di tutti i suoi figli, anche di quelli meno fortunati, soprattutto di questi. Da ciò si misura il grado di civiltà e di consapevolezza di una comunità, anche di quella mondiale.

Nella sua semplicità e linearità, il diario di Alice è straordinario, non perché vi si racconti chissà quali mirabolanti avventure, ma perché racconta, con immediatezza, con freschezza e con estrema partecipazione la vita quotidiana in questa missione situata in un piccolo villaggio sperduto nel cuore dell’Africa. Esso delinea volti, i volti di bambini come Machiamai, il piccolo bandito e di maestre come Maifeo, figlia della luna; volti che restano assolutamente impressi nella mente del lettore; delinea fatti, situazioni, quadretti e momenti di vera liricità. Lungo il percorso i testi si fanno più distesi, più riflessivi, più complessi e sofferti. Il diario delinea anche il percorso interiore dell’autrice, il suo ‘mal d’africa’ crescente, il suo desiderio di approfondire sempre più la conoscenza di questo piccolo angolo di mondo e della sua gente. Alice durante questo anno è cresciuta insieme al suo diario; si è sempre più immedesimata nella comunità che descrive. Il lettore lo percepisce con nitidezza man mano che avanza nella lettura. Questo diario non ha una conclusione, esso resta del tutto aperto; anzi la sua ultima pagina diventa in realtà un inizio ancora tutto da scrivere. Per la prima volta, dopo quasi un anno di condivisione radicale, Alice sembra riuscire, almeno in un punto, a penetrare nel mondo segreto della cultura profonda dell’Africa. Gli Africani sanno conservare i segreti; spesso gli stessi antropologi o etnologi si sono trovati a scrivere solo ciò che volevano sentirsi ‘raccontare’ senza riuscire a scalfire se non la superficie. Solo chi ha potuto e voluto compiere un percorso iniziatico dentro la cultura è stato pienamente accettato ed ha potuto avere accesso al cuore. Il racconto dell’iniziazione dei bambini che Alice riferisce alla fine del suo diario è potuto accadere perché Alice, in questo suo anno di vita africana, ha dimostrato il coraggio di questo processo iniziatico, con la sua semplicità e il suo amore schietto e sincero per i piccoli del centro, la sua capacità di collaborazione, l’amicizia costruita con le sue colleghe camerunesi; in tutto questo è consistita la sua iniziazione e l’Africa glielo ha riconosciuto, confidandogli uno dei suoi segreti più gelosi, un rito di passaggio. Alice è consapevole di aver ricevuto un privilegio e lo ricambia: l’ultima pagina del suo diario non parla dei bambini dell’Africa, come in tutte le pagine precedenti; anzi Alice qui non parla affatto. In quest’ultima pagina sono gli stessi bambini che parlano in prima persona, che raccontano i loro sentimenti segreti nell’avvicinarsi e poi nel vivere il gran giorno. E’ la logica conclusione di questo processo iniziatico di immedesimazione, di questo viaggio nel cuore interiore dell’Africa. Qualsiasi altra conclusione sarebbe stata pletorica, o avrebbe semplicemente fatto svanire la sensazione di trovarci davanti ad un evento che sembra accadere nel momento stesso in cui lo si legge. Il lettore è così trascinato nel cuore del villaggio che non viene più raccontato, ma che comincia esso stesso a raccontare. Qui il diario tace, perché dovrebbe iniziarne un altro, quello del lettore che non è rimasto indifferente, che non ascolta più semplicemente la testimonianza di Alice, ma comincia ad ascoltare direttamente la voce dell’Africa.

Perché questo è l’obiettivo vero: arrivare ad ascoltare l’Africa che parla di sé, che si racconta. La testimonianza è solo un mezzo propedeutico per arrivare al cuore della gente meravigliosa di questo continente immenso, la Madre Africa. ‘Madre’ perché, come ci dicono gli esperti, l’umanità ha preso le mosse da qui, milioni di anni fa. Siamo dunque tutti figli dell’Africa, in un certo senso, di questo continente dimenticato dopo essere stato violato e violentato. Dopo il palese fallimento di tutti i cosiddetti piani di sviluppo, infatti, che hanno fatto seguito alle grandi speranze suscitate dalla conquista dell’indipendenza da parte delle giovani ‘nazionalità’ africane, pilotate in un modo o nell’altro da quello stesso Occidente che aveva gestito la fase direttamente coloniale, l’Africa si ritrova in una situazione ‘neocoloniale’, dove lo sfruttamento continua  più subdolo di prima per la collusione delle sue élite al potere con multinazionali senza scrupoli. La speranza sembra deperire ogni giorno di più, la sua voce diventa sempre più flebile nei consessi internazionali; i suoi paesi, per la stragrande maggioranza, formano il grosso gruppo di coda nell’elenco redatto in base all’indice della ricchezza. Il divario crescente, a livello globale, tra povertà e ricchezza si ripercuote a livello dei villaggi come immiserimento collettivo.

Ma sul volto delle persone, soprattutto sul volto dei bambini, anche in questi villaggi, brilla la luce della speranza, della voglia di vivere nonostante tutto, di superare le difficoltà, la voglia di amare e di essere amati, di contagiarsi la gioia. Tutto è perduto se muoiono anche la gioia  e la speranza sul volto dei bambini. Ma tutto può ricominciare fino a quando i bambini continuano a sorridere. La splendida collezione fotografica che accompagna e arricchisce in maniera impressionante questo diario, ‘diario’ essa stessa nel suo linguaggio iconico, documenta con i suoi colori  e i suoi volti, regalateci dalla macchina fotografica di Alice, la gioia e la speranza di questa gente, il sorriso dolce e intenso dei suoi bambini, la serena accettazione della vita delle loro mamme.

Ed è perché il sorriso dei bambini, la gioia e la speranza dei poveri, non vengano meno, che i missionari prestano con generosità la loro opera, ‘annunciando il vangelo’ e ‘guarendo i malati’ come aveva ordinato lo stesso Gesù. ‘Guarire i malati’ sta per occuparsi dei bisogni concreti come la salute, l’igiene, l’educazione, la riabilitazione, il cibo, l’acqua, il vestito e quant’altro è necessario per una vita dignitosa. Accanto ai missionari, che hanno fatto una scelta per la vita, anche i volontari laici, per periodi di mesi o di anni, compiono la stessa opera di ‘appoggio’ alla speranza e alla gioia della gente, perché l’umanità abbia un futuro degno per tutti. Alice, dopo il suo anno di servizio civile, ha voluto prolungare la sua esperienza di volontariato  per un altro anno, in un nuovo villaggio, il villaggio di Zouzoui situato in una zona più interna nella brus, la savana semidesertica di questo estremo nord camerunese. Qui, insieme ad un missionario indiano, p. George Palliparambil, sta realizzando un progetto in favore dei bambini: la costruzione e l’organizzazione di una scuola materna.  Questa sua nuova esperienza è il segno di un coinvolgimento crescente, di scelte sempre più radicali. Scelte ‘radicali’ possibili a chiunque, perché Alice non è una eroina, ma solo una ragazza normale che ha compreso, con la testa e soprattutto con il cuore, che l’importante è amare.

Oggi i giovani frastornati da mille proposte fasulle hanno bisogno di vedere che scelte radicali e controcorrente sono possibili, qualcuno le sta facendo, ed esse danno gioia  e riempiono il cuore. Quando questo avviene, merita di essere ‘raccontato’, perché solo attraverso il racconto, che è comunicazione personale, possono scoccare scintille di vita, di solidarietà, di intraprendenza. Se lei, perché non io? Ed è così che Maifeo, figlia della luna vorrebbe contribuire ad offrire ai giovani alternative di vita lungo il sentiero della solidarietà, l’unico sentiero in grado di salvare il mondo. Perché come ci ammonisce Ndjock Ngana, poeta camerunese, “Vivere una sola vita, in una sola città, in un solo paese, in un solo universo; vivere in un solo mondo, è prigione”.

 



[1] Il Villaggio racconta. Un diario per l’Africa.”Il Convivio” Anno X n. 3 Luglio-Settembre 2009, pp. 19-20; Il Villaggio racconta, Prefazione a Maifeo, figlia della luna, di ALICE BELTRAMI, edizioni. ALOE. Fermo 2009

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