Un testimone della Fratellanza universale da non dimenticare: Lucidio Ceci

Nell’ambito della festa per il ventennale dell’associazione missionaria Aloe, DOMENICA 24 MARZO 2019, tra i missionari invitati ad intervenire c’è stato anche il missionario saveriano padre Pier Luigi Lupi che ha trascorso tanti anni in Bangladesh, alcuni dei quali in stretto contatto con il nostro carissimo Lucidio Ceci. Padre Pier Luigi ha rievocato, a partire dalla sua esperienza e amicizia, la figura del nostro Lucidio, un uomo e un testimone che ha colpito, con la sua testimonianza di sobrietà, di povertà e di fraternità, una popolazione tra le più povere del pianeta. Una testimonianza che non ci possiamo permettere di dimenticare!

Padre Pier luigi Lupi rievoca la figura del suo confratello e amico Lucidio Ceci

Padre Pier luigi Lupi rievoca la figura del suo confratello e amico Lucidio Ceci

Lo scorso anno in settembre ho avuto modo di passare un mese in Bangladesh. Sono stato nelle zone dove ha lavorato Lucidio e dove anche io lavoravo lì di fianco. Anzi ogni tanto mi diceva: “Ma quand’è che ti decidi a venire qua, visto che io sto invecchiando e mi serve uno che continui il mio progetto”. E così mi sono tornate in mente queste parole, quando pensavo a questo collegamento strano che si è creato con Montegiorgio, paese che io non avevo mai sentito nominare neanche da Lucidio o forse me lo aveva detto ma io non mi ricordavo, come oggi non mi ricordavo di chi mi aveva dato la chiave, l’altra volta che sono stato qui. Questo legame che si è creato grazie a voi, speriamo che sia un legame tra coloro che vogliono portare dei cambiamenti significativi e profondamente umani.

Parlare di Lucidio è una avventura, perché lui era una avventura. Era una avventura nel senso che tutti i giorni ne aveva una nuova e questa sua forte creatività e volontà di realizzarla e di vedere, provare, riprovare per vedere quella che era migliore, la più esatta, la più adatta era una delle sue grandi doti che gli ha permesso di passare un numero di anni in Bangladesh nel settore dell’educazione, una educazione rivolta soprattutto agli esclusi, a coloro che a scuola non potevano andare, agli indigeni che avevano difficoltà a frequentare le scuole governative perché in quelle zone non c’erano. Anche se adesso il governo ha migliorato la situazione educativa di quella zona, in quei momenti lì c’era veramente il vuoto e lui si è  buttato in questa situazione di mancanza di strutture educative, mancanza di accoglienza di questa popolazione, soprattutto dei bambini a cui veniva negata ogni possibilità.

La situazione di questa regione resta difficile, ora si è oltretutto aggravata per la presenza di oltre un milione di popolazioni provenienti dal vicino Myanmar, i Rohingya musulmani, che sono tutt’ora presenti in Bangladesh. In questa regione lui ha potuto operare in quanto aveva ottenuto la cittadinanza del Bangladesh; però per gli stranieri non è così. Lo scorso settembre per poter entrare in quanto straniero ho avuto bisogno del permesso del Ministro degli Interni, il quale dandomi il permesso ha precisato: “Puoi andare, ma non puoi fare incontri pubblici, devi riferirti alle autorità, devi essere accompagnato da una scorta di sicurezza, quattro poliziotti a cui devi pagare la jeep e tutte le altre spese per il periodo in cui rimarrai lì”. E’ stato quindi un viaggio in cui ho sperimentato ancora una volta come la presenza degli stranieri sia problematica, cosa che Lucidio aveva superato in modo molto disinvolto perché era riuscito a farsi dare la cittadinanza bengalese e questo gli ha permesso di stare in questa zona cuscinetto con il Myanmar dove prima c’era la guerriglia e ora le popolazioni Rohingya cacciate dal Myanmar; comunque una zona sotto il controllo dei militari, dove però lui poteva operare in modo sereno e con la sua caparbietà ha potuto portare avanti i suoi progetti a favore di queste popolazioni. In un caso era riuscito anche a convincere dei militari a dare delle offerte mensili per contribuire all’andamento di una scuoletta che lui aveva realizzato dove i militari avevano una piccola caserma. Ricordo  che mi raccontava, una volta che lo avevo incontrato e gli avevo chiesto se avesse delle difficoltà con i militari: “No no, sono andato dal capitano e gli ho detto: Voi vi dovete occupare di questa scuola, se succede qualcosa voi ne renderete conto, perché questi ragazzi che vengono su e giù, provengono da villaggi lontani e voi siete responsabili non solo della loro sicurezza, ma anche che diventino bravi studenti e se volete avere dei bravi studenti dovete far sì che abbiano un bravo insegnante e per avere un bravo insegnante bisogna pagarlo, per cui anche voi dovete anche contribuire un po’ a pagare l’insegnante”.

Ebbene era con questa sua volontà di riuscire ad ogni costo che è stato in grado di creare attorno a sé una organizzazione con gli insegnanti di una scuola superiore, ha coinvolto altre associazioni come la vostra e ha potuto aprire delle scuole dove fino ad allora il governo non era presente.

Lucidio Ceci nella sua stanza al terzo piano del Mathamuri College di Lama, abitazione e quartier generale di tutte le sue battaglie per l'umanità e per la fraternità

Lucidio Ceci nella sua stanza al terzo piano del Mathamuri College di Lama, abitazione e quartier generale di tutte le sue battaglie per l’umanità e per la fraternità

Ma quello che ha soprattutto colpito i bengalesi, gli abitanti della zona, era la sua  povertà. Era più povero di san Francesco, almeno san Francesco aveva Chiara che ogni tanto gli faceva trovare qualcosa di buono; invece Lucidio era poverissimo, alloggiava al terzo piano di una brutta costruzione che era un college governativo che gli aveva concesso un’aula, quasi lunga come questo salone. Lui l’aveva divisa in due, da una parte aveva il letto e tutti i suoi materiali didattici: carta, libri, altre cose per far teatro con i bambini; dall’altra parte aveva la sua scrivania con il computer, perché ormai lui faceva tutte le sue cose con il computer, poi aveva un piccolo tavolo e contro la parete della finestra aveva un fornellino al kerosene, con una macchina del caffè che era rotta. Io lo portavo in giro dicendogli che questa macchina produceva caffè turco perché era più la polvere di caffè che restava dentro che non il caffè che usciva. Mangiava minestroni di riso con verdure e lenticchie; cucinava ogni tre o quattro giorni e poi mangiava sempre quella roba lì fino a che non finiva. Io come missionario  mi sentivo a disagio e gli portavo qualche cosa buona che trovavo per strada, come cioccolato fondente, ecc. Comunque era poverissimo e questa povertà ha colpito non solo i ragazzi, ma anche la gente che vedeva. Tra l’altro lui girava in bicicletta in quella zona collinare … fino all’ultimo è sempre andato in bicicletta. Non aveva niente dell’apparenza del professore e dell’insegnante. Era l’uomo di tutti i giorni, l’uomo che poteva venire dal mercato l’uomo che viene dal lavoro, l’uomo che viene da casa propria.  Questa normalità nel comportamento di uno straniero che si era fatto fratello in quella situazioni lì, colpiva veramente tutti.

E poi la sua caparbietà e onestà. Era esigente. I suoi insegnanti avevano continuamente corsi e controlli, dovevano sudare sette camicie, perché lui era molto esigente. Lui sapeva insegnare, soprattutto sapeva comunicare come insegnare ai bambini. E questi corsi che faceva per preparare gli insegnanti che avrebbe immesso nelle scuole, erano veramente molto impegnativi. Infatti molti si ritiravano o era lui che diceva loro: “Guarda che tu non sei fatto per fare il maestro, non sai recitare, un insegnate deve saper recitare, deve saper cantare”. Per lui un insegnante doveva saper raccontare storie in modo tale che i bambini dovevano restare a bocca aperta. Dovevano soprattutto interessarsi tutti i giorni delle famiglie e se  un ragazzo non veniva a scuola, era il maestro che doveva andare nel villaggio e vedere dov’era finito sto ragazzo, perchè i genitori non l’avevano mandato o perchè lui non era venuto. E poi doveva fare l’insegnante a tempo pieno, 24 ore su 24, con uno stipendio piccolissimo.

Eppure questo suo metodo così impegnativo e così difficile da assumere anche da parte di noi missionari, molti lo hanno appreso e si son fatti suoi discepoli. Questo suo metodo  lui lo aveva messo anche per iscritto, curando molti testi scolastici, soprattutto per insegnare la lingua bengalese a chi veniva da una madre lingua diversa come quelle delle popolazioni indigene. Ebbene con questo suo sistema lui era riuscito, in molto anni, a raggiungere e ad educare molti ragazzi. E per lui educare non era solo insegnare il bengalese, la matematica o la geografia; ma era soprattutto aiutarli a diventare uomini.

L’insegnante non era solo quello che sapeva insegnare le varie materie, ma doveva essere la persona che sapeva guidare il ragazzo o la ragazza a diventare adulto. Per questo doveva essere un insegnante a tempo pieno, 24 ore su 24. E questo in collaborazione con le famiglie e con i villaggi. Lui ha operato molto per fare in modo che le famiglie, i rappresentanti dei villaggi, ma anche il livello politico, fossero coinvolti nelle sue scuolette, anche se non erano del governo. I rappresentanti dei genitori (una cosa sconosciuta in Bangladesh), i rappresentanti della politica locale, lui li voleva presenti, e se non venivano era lui che li andava a cercare e con questo modo di fare li obbligava ad essere presenti. Quindi la sua è stata una esperienza molto profonda, che ha lasciato il segno. Infatti quando è morto si sono avute celebrazioni e manifestazioni di solidarietà. La sua gente e i suoi collaboratori si sono molto dispiaciuti perché quando è morto, la polizia, per il fatto che era comunque uno straniero anche se aveva ottenuto la cittadinanza bengalese, lo hanno dovuto portare nell’ospedale  della regione posto nella città capoluogo,  a Bandarban, per fare l’autopsia, perché comunque avrebbero dovuto comunicare all’ambasciata italiana le cause e circostanza della morte, anche se era anziano. Dopo aver fatto l’autopsia, siccome lui aveva lasciato per iscritto che avrebbe voluto essere sepolto in un cimitero cristiano – non in tutti i posti ci sono cimiteri cristiani, neanche in tutte le missioni, ma solo in alcune zone – visto che a Bandarban, nella missione cattolica, c’era un cimitero cristiano,è stato sepolto lì.

La celebrazione organizzata per il 5° anniversario della morte di Lucidio con l'apposizione della piccola lapide in sua memoria nella stanza che era stata il suo quartier generale

La celebrazione organizzata per il 5° anniversario della morte di Lucidio con l’apposizione della piccola lapide in sua memoria nella stanza che era stata il suo quartier generale

Ora proprio qualche giorno fa, il 27 febbraio, 5° anniversario della sua morte, il gruppo degli insegnanti e quelli che hanno collaborato con lui, si sono ritrovati nell’aula che veniva prima abitata da lui, per dedicarla, come aula del collegio, in sua memoria mettendola a suo nome con una piccola lapide e nell’occasione hanno invitato alcune persone e hanno fatto una piccola celebrazione. Dalle foto potete vedere la presenza forte dei musulmani, perché la maggior parte dei suoi insegnanti e dei suoi più stretti collaboratori erano musulmani, ma in fondo potete vedere anche giovani maestri indigeni che sono buddisti. E’ stata messa una lapide con una foto sulla parete di questa aula.  Quindi il College dopo cinque anni della sua morte lo ha voluto ricordare come esempio non solo per i professori e per gli insegnati, ma anche come esempio di piena umanità e fratellanza. Penso che sia stata una buona occasione in cui la sua figura è stata ricordata da molti, da tutti coloro che avevano lavorato con lui, dagli insegnanti che erano stati preparati da lui. E penso che oltre alla celebrazione che hanno fatto il mese scorso, il suo ricordo sarà presente anche in seguito.

Io rientrerò in Bangladesh a luglio e senz’altro sarò presente anche in questa zona. Io ho a Lama una scuola residenziale per popolazioni indigene di religione buddista. Anche noi a gennaio abbiamo aperto una nuova scuola e fra l’altro abbiamo preso tre insegnati di quelli che aveva preparato Lucido. E quindi il nostro impegno a favore di queste popolazioni indigene, che sono ancora sotto il controllo dei militari e dei politici, continua.

Il nome di Lucidio resterà come l’esempio della persona venuta da lontano che però non ha fatto pesare la sua provenienza ma è diventato più vicino dei vicini. Una persona estremamente ricca di valori che però ha saputo vivere in grande sobrietà e povertà. Grazie.

Padre Pier Luigi Lupi

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Venti Anni di presenza sul territorio
a favore dei territori del Mondo

Venti 1Domenica 24 Marzo 2019 ALOE Onlus ha festeggiato i suoi primi venti anni di vita. Una bella occasione per un bilancio ideale della propria attività

 

Venti anni costituiscono una bella fetta di vita, popolata di tanti volti, di tanti sentimenti, di tante idee, intuizioni, realizzazioni, sperimentazioni, legami, storie, ecc. Tutto questo viene immediatamente alla mente non appena uno si ferma un attimo nel suo percorso, per respirare, per guardare indietro, per fare il punto e per ripartire con più voglia di prima, per continuare ad attraversare la foresta della vita. Per alcune persone Aloe è un pezzo della loro storia, della loro strada, della loro visione di un mondo caratterizzato radicalmente da quella “fraternità umana” descritta dal bellissimo documento firmato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Al-Sharif. Venti Anni, accanto a venticinque ‘missionari’, uomini e donne delle nostre terre del fermano che hanno scommesso sulla fraternità umana senza confini e sono sulla breccia in venti nazioni diverse per portare a tutti lo stesso messaggio di vicinanza e di presa in carica della vita di chi fa più fatica, dei più deboli, dei più abbandonati, per far sentire che anche per loro c’è una mano tesa e una parola amica: “io mi prendo cura di te”!

I nostri venti anni
di sensibilizzazione missionaria
nella diocesi di Fermo
e nei territori del Mondo

Venti anni di storia, 19 paesi, 25 missioni appoggiate

Venti anni di animazione e di attività nel territorio fermano

Venti anni di sostegno e di esperienze accanto ai missionari

 

Venti 3

 

La fondazione di Aloe.

Franco Pignotti, padre Beppe Svanera e padre Pier Luigi Lupi


 

Interventi dei Missionari e dei Volontari

Ermelinda Sergolini; Fra Michel Goncalves e Fabiola Bedini; Don Italo Conti; Alice Beltrami; Nazzareno Fiocchi, Rosita Roganti, Anna Maria Re.

Conclusione di Sua Ecc. Arcivescovo di Fermo
Mons. Rocco Pennacchio (Qui)

 

LETTERE DEI MISSIONARI
IN OCCASIONE DEL VENTENNALE DI ALOE

Padre Mario Bartolini

Barranquita, Sabato 16 febbraio 2019

Cari amici di Aloe

riconosco con gratitudine l’appoggio disinteressato che Aloe ha dato e segue a dare alla causa indigena attraverso il centro di missione di Barranquita (Vicariato Apostolico di Yurimaguas – Perú). A tutti i collaboratori, il mio piú sincero ringraziamento e il mio ricordo nella preghiera: il Signore fará il resto, come LUI ha promesso. Si, ho ricevuto la vostra collaborazione, orientata a sostenere la nostra Radio: “La voz del Cainarachi: la voz que despierta la cosciencia de los pueblos para un futuro diferente”. Di nuovo: GRAZIE.

Attualmente le comunità indigene  e contadine dell’Amazzonia, corrono il pericolo di essere sterminate o attraverso situazioni di violenza, create dagli stessi Governi (sterminio violento) o per la contaminazione del suolo, acqua e atmosfera (sterminio lento). Il primo mondo, avido di risorse naturali, resta a guardare indifferente … e si proclama “mondo civilizzato e cristiano”. Che assurdo! Non é tempo di dormire.

Il mio piú sincero augurio ad Aloe per la celebrazione dei suoi venti anni di vita al servizio dell’azione missionaria nel mondo. A uguri e saluti a tutti.

 P.Mario Bartolini cp

 

Padre Vincenzo Febi

Lokossa, 17 Marzo 2019

Carissimi

tanti auguri ad Aloe e per i vostri 20 anni di lavoro, di assistenza e di sostegno a tanti bambini e tante famiglie nei diversi paesi. Che Dio vi benedica! Io mi sento della vostra famiglia per le tante adozioni e i tanti progetti che avete sostenuto; soprattutto il completamento dell’edificio della Scuola Materna Pubblica di Cité Vie Nouvelle:  il muro di cinta per la sicurezza dei bambini e le toilette per l’igiene. Tante grazie per l’accoglienza che mi avete riservato a dicembre 2018 e per aver accettato di aiutare la ragazza che vuole diventare Infermiera.

Dio vi benedica. Ciao fr Vincenzo Febi

 

Padre Vincenzo Carletti

Gerusalemme 22 Marzo 2019

Cari amici di Aloe

un saluto da Gerusalemme dove mi trovo per motivi di lavoro inerenti al mio ufficio di amministratore generale.

Mi sarebbe veramente piaciuto essere presente fisicamente al vostro incontro che, se non erro, è dopodomani; ma purtroppo non mi è possibile.

Vedrò di esserci almeno spiritualmente con la mia grata preghiera per ALOE e tutti i suoi associati ed amici. GRAZIE di tutto e buon incontro! Ciao

p. Vincenzo Carletti

 

Suor Luciana Maulo

Fiatà, domenica 10 marzo 2019

Cari amici

ecco dall’Africa, e precisamente  dal  piccolo TOGO,  una voce per la grande festa gioiosa dei vent’anni di « ALOE » : la nostra testimonianza  di Suore Povere Figlie di San Gaetano.

In questi  anni, accanto ad altri piccoli progetti precedenti, Aloe ci ha aiutato soprattutto a realizzare  l’opera meravigliosa del « CRISF », Centro per la Riabilitazione e Inserzione Sociale di Fiatà  per disabili e persone con handicap.

La bella costruzione, che “ALOE” ha realizzato in collaborazione con la Regione  Marche, ormai funziona da 4 anni, anche con l’appoggio e la mano amica dell’Associazione che continua ancora e che ci permette in particolare di avere  uno specialista Ortopedista e Traumatologo con visite mensili a tutta la popolazione bisognosa.

Un grandissimo « grazie » perciò ad « Aloe » e a tutte le persone  meravigliose che animano l’Associazione con grande spirito di dedizione. «Caritas Christi urget nos»  La carità di Cristo ci spinge ad operare.

Uniti nel Signore

Suor Luciana Maulo
a nome delle Povere Figlie di San Gaetano.

 

Padre Ilario Trobbiani

Lakewood, Marzo 10, 2019

Carissimi,

grazie della bella notizia della celebrazione festosa del ventesimo anno della vostra  cooperazione missionaria. Noi, p. Stefano ed io, siamo in missione e non possiamo partecipare; ma il nostro cuore é con voi, pieno di gratitudine e ammirazione.

La vostra presenza attiva qui é piú che palese: edifici, attrezzati secondo la legge  che permettono in contemporanea 11 corsi tecnici Tesda con certificati nazionali NC II e NC III, riconosciuti anche all’estero. Sono fonte di gioia quelli che hanno già il lavoro o qui o all’estero; alcuni dei quali sono stati promossi a livelli di direzione. Ma abbiamo anche potuto realizzare una casa per accogliere le ragazze che vengono da lontano; una bella casa funzionante a due piani: cucina, refettorio, sala incontri  e preghiera, e due dormitori a letti doppi, che possono accogliere 40 persone ognuno: i dormitori accolgono anche le studentesse del nuovo corso dell’undicesimo e dodicesimo anno di medie impostato a orientamento tecnico previo o al college  o al lavoro,.

Noi ringraziamo il Signore per voi che vi ha scelto per un’opera veramente ‘cattolica’ – universale – e voi la vivete come tale. Fin dai primi incontri in quel di Fermo io sentii che il vostro non era un semplice aiutare, ma un fare veramente la missione. E una cosa che fa molto piacere e infonde gioia al missionario é sentire che in  patria si vive la missione e non si fa semplice aiuto.

Vi ringraziamo e preghiamo per voi.

Un caro saluto a tutti e a ciascuno. Ciao

p. Ilario Trobbiani

 

 

Padre Giuseppe Cruciani

Asswan, venerdì 15 marzo 2019
Nascita di San Daniele Comboni

 Carissimi amici di Aloe

 vi scrivo oggi, giorno della nascita del nostro Fondatore, San Daniele Comboni, la cui vita missionaria era cominciata esattamente dove è cominciata la mia, a Khartoum, nel Sudan. Quest’anno faccio 48 anni ininterrotti di Missione, spesi prima in Sudan, tra la capitale e il Darfour e poi in Egitto, tra il Cairo ed Asswan, dove mi trovo ora.

Riguardo alle mie relazioni con il vostro Centro ALOE, oltre a qualche corrispondenza dalla missione, durante le mie vacanze triennali in patria, ho avuto modo di partecipare diverse volte ai vostri incontri nelle mie visite fermane. Una di queste volte la ricordo molto bene, quella del 2016, perché segnata dall’esperienza del terremoto che nel mio paese di origine, Sant’Angelo in Pontano, per la prima volta nella storia, ha causato oltre 600 sfollati e tra questi perfino le monache Benedettine.

La Missione di Asswan, che voi avete aiutato per qualche anno con un vostro contributo per la nostra attività in favore dei profughi etiopi ed eritrei, ora ha acquistato una nuova fisionomia, essendosi messa al servizio della chiesa locale, specificamente del gruppo di Copti cattolici, gruppo ogni anno crescente. Essi non hanno ancora una chiesa propria. Quindi la nostra chiesa e la nostra casa ospitano fedeli di rito copto con due sacerdoti copti cattolici residenti. Il rito latino continua il suo servizio soprattutto per i turisti, essendo la nostra chiesa latina l’unica in Aswan.

Pastoralmente continuiamo nei due scopi fondamentali: Educazione e sanità. Le nostre consorelle Comboniane gestiscono sia una Scuola di circa mille allievi, asilo ed elementari, senza distinzione di religione o di colore; sia un Dispensario di circa centocinquanta presenze diurne. Noi padri invece ci prendiammo cura specialmente delle periferie della città.

Quest’anno è il mio turno di vacanza, quindi spero di potervi incontrare in Italia al mio rientro.

Buon compleanno ALOE, con i migliori auguri di serena continuazione!

 

P. Cruciani Benito-Giuseppe
ASSWAN – (EGYPTE)

 

 

Padre Cyrille Kayembe

18 Marzo 2019

Carissimi Amici di Aloe!
l’incontro con voi è stato per me un dono di Dio e sono orgoglioso del cammino fatto insieme nelle Marche. Grazie Aloe.

Ciò che vive e sente il cuore, alle volte non può essere tradotto con parole. Ciò che ho visto è stato prima di tutto il bel clima cristiano e l’impegno missionario che avete mostrato e abbiamo vissuto insieme negli incontri, nelle celebrazioni eucaristiche, nelle organizzazioni degli eventi e nell’invitare sempre un prete ad accompagnarvi, ascoltando le varie esperienze missionarie che vivono i fratelli lontani e i missionari. Mi è anche rimasta in mente la Marcia Montefalcone – Smerillo: un bellissimo momento di contemplazione della bellezza del Creato, della fratellanza e di animazione missionaria. Siete una testimonianza viva della fede cristiana e missionaria senza frontiera; vivete la comunione fraterna nella condivisione di fede viva, nell’attenzione agli ultimi, negli impegni del servizio concreto come laici missionari.

Cari amici! Ho visto in voi, ciò che il padre fondatore Giuseppe Allamano ci dice: “Fare il bene nelle cose ordinarie. Farlo bene, con costanza e senza rumore”. La spiritualità dell’Aloe non è chiusura su di se ma apertura, quando pregate per varie situazioni missionarie della chiesa nel mondo e condividete il frutto della vostra fede, dei vostri sacrifici e impegni con i fratelli che sono nel bisogno.

Grazie a Dio e a voi che siete nel mio cuore, per aver aiutato alcune ragazze madri ad imparare a cucire e ad avere macchine da cucire in Congo. Avete dato vita degna a queste ragazze madri, avete praticato ciò che Gesù dichiara nel vangelo, in Mt 25,31-40: la spiritualità dei bisogni concreti delle persone. Il buon profumo della vostra fede viva, non si spegnerà mai, perché il Dio con noi sta sempre con noi in ogni momento della nostra vita. Vi auguro di non spegnere mai questa fiamma viva dell’Aloe e vi porto nel mio cuore e preghiere anche. Siatene orgogliosi in Cristo perché i vostri nomi sono scritti nel libro del cielo. Che Dio vi benedica, con affetto e amicizia.

Padre Cyrille Kayembe

 

Venti 5

Venti 4

Venti 7

 

 

 

 

 

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MALEDETTA GUERRA

Smascherare le menzogne della storia per diventare finalmente un paese normale.

LORENZO DEL BOCA, giornalista e scrittore, è autore di numerosi saggi dedicati alla divulgazione di una visione storica dell’Italia, dal Risorgimento alla Grande Guerra, del tutto diversa da quanto ci raccontano solitamente i libri di storia.

Una “controstoria” d’Italia condivisa con molti altri autori, che fa fatica ad entrare nel discorso ufficiale, ma con la quale diventa imprescindibile confrontarsi per capire l’Italia di ieri e di oggi, e per costruire insieme un’Italia migliore nel futuro.

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Dopo l’incontro del MAGGIO 2018 con lo scrittore pugliese Pino Aprile, dedicato alle vicende risorgimentali attinenti soprattutto al Sud d’Italia, quest’anno gli organizzatori, alcuni docenti dell’ ITT MONTANI di FERMO, vogliono offrire la possibilità di confronto con uno scrittore piemontese, LORENZO DEL BOCA,  centrando il discorso sulle vicende che hanno portato all’unificazione del Nordest d’Italia e in particolare alla prima Guerra Mondiale, da qualcuno considerata come la naturale conclusione del processo risorgimentale.

STORIA o IDEOLOGIA?

«La storia è stata scritta dai vincitori per esaltarne le virtù infinitesimali e nascondere i troppi difetti. Più che un racconto dei fattisembra una dimostrazione ideologica. E, va da sé, se i fatti non vanno d’accordo con le idee, peggio per i fatti.

Quanto tempo bisogna ancora attendere per leggere tutti i documenti – ma proprio tutti – e offrire una versione meno addomesticata, più credibile e condivisa? In una parola: più vera?

È doloroso abbattere  dai piedistalli personaggi che hanno popolato il nostro immaginario collettivo e, certo, qualcuno in buona fede chiede conto del perché di un “revisionismo” che, cancellando i capitoli di una storia edificante, sottolinea la disonestà  ed evidenzia le malefatte.

La risposta sta nella considerazione che le belle favole sono adatte ai bambini ma poco si addicono agli adulti.  Che con le bugie si può costruire un buon canovaccio teatrale ma non la memoria di un Paese. E che la storia è maestra di vita soltanto se è quella vera.

Un libro che si presenti ai lettori non può scimmiottarne altri che sono già stati pubblicati, riproporne le valutazioni e seguirne lo sviluppo logico. In una parola: scopiazzandoli, lodando però gli autori degli altri testi che devono sentirsi obbligati a ricambiare la cortesia, al più presto e con identico sussiego.

Grande guerra piccoli generaliUn libro deve fare male! Deve scavare nelle ferite che la storia ha lasciato scarnificate e aprirne delle nuove. Anche  se il dolore provocato potrebbe sembrare il risultato di un inutile esercizio di sadismo culturale.

Un libro deve essere pericoloso!» 

 

LORENZO DEL BOCA, Grande Guerra, piccoli generali. Una cronaca feroce della Prima Guerra Mondiale” UTET 2007

 

Da ‘Libertà per gli irredenti nelle braccia del Padreterno’, primo capitolo del libro Maledetta guerra.

 “Nelle terre del Meridione, l’arrivo della ‘libertà’ coincise con la spoliazione, l’offesa, la prepotenza e il saccheggio. Obbligarono a diventare sabaude popolazioni che non avevano nessuna intenzione di cambiare regime. E poiché, dopo i primi mesi di nuova amministrazione, cominciarono anche a dichiararlo, furono massacrate in nome di principi etici che, presi alla lettera, avrebbero dovuto indurre all’opposto. Nemmeno dopo cinquant’anni (abbondanti), i difensori della loro patria godono del diritto di essere chiamati con il loro nome. […]

Ecco, in termini più edulcorati avvenne la stessa cosa con le regioni del Nord-est. Inventarono la questione degli italiani da proteggere e con le baionette inastate accorsero a soccorrere chi non aveva bisogno d’aiuto. Era una guerra di conquista che, in qualche modo, andava giustificata. […]

E, come anni prima nel Sud dell’Italia avevano cantato le armi dei piemontesi con l’aiuto determinante dei francesi e inglesi, così ora nel Nord-est le questioni furono affrontate di petto, a colpi di cannone, sempre con Francia e Gran Bretagna a tenere bordone”.

CHI E’ LORENZO DEL BOCA

Lorenzo-Del-Boca

Già presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti (dal 2001 al 2010) e vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, Lorenzo Del Boca (nato a Romagnano Sesia in provincia di Novara il 24 giugno 1951), laureato in Filosofia e Scienze Politiche, ha incentrato la sua occupazione di divulgatore storico e scrittore in particolare sul periodo risorgimentale e bellico, come si può evincere dalla bibliografia essenziale qui sotto riportata.

Scrive di lui Pino Aprile nella Prefazione al libro Il sangue dei terroni:

“Lorenzo Del Boca è un grande cronista che scrive di storia; è di quella stirpe di giornalisti in estinzione capaci di rendere affascinante e comprensibile qualsiasi argomento trattino, … che seguono l’unico vero comandamento della professione: ‘Quando sai una cosa, dilla!’. E non si chiedono se conviene farlo, a chi tornerà utile e a chi no, incluso se stesso”. L’Italia ha un debito con i Del Boca; oltre  a Lorenzo, c’è anche il suo parente Angelo Del Boca, che ha svelato i crimini degli ‘italiani brava gente’ in divisa, in Africa  e non solo.”

Bibliografia essenziale di Lorenzo Del Boca

Sulla storia da rivedere

Del Boca L.,, L’Italia bugiarda: smascherare le menzogne della storia per diventare finalmente un paese normale,  Milano : Piemme, 2013

Idem, Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere. Controstoria d’Italia per non farsela raccontare, Milano : Piemme, 2017

Sul Risorgimento

Idem, Maledetti Savoia: la storia dell’unità d’Italia non è quella che ci hanno raccontato a scuola, Milano : Piemme, 1998

Idem, Indietro Savoia: storia controcorrente del Risorgimento, Milano : Piemme, 2003

Idem, Polentoni. Come e perché il Nord è stato tradito, Milano : Piemme, 2011

Idem, Risorgimento disonorato. Il lato oscuro dell’unità d’Italia, Torino, UTET S.p.A., 2011

Idem, Venezia tradita: all’origine della ‘questione veneta’, Milano : Piemme, 2016

Idem, Savoia boia. Prefazione di Pino Aprile, Milano, Piemme, 2018

Sulla Grande Guerra

Idem, Grande guerra, piccoli generali: una cronaca feroce della prima guerra mondiale, Torino, UTET, 2007

Idem, Maledetta guerra. Le bugie, i misfatti, gli inganni che mandarono a morire i nostri nonni, Milano : Piemme, 2015

Idem, Il sangue dei terroni. Prefazione di Pino Aprile, Milano : Piemme, 2016

Maledetta guerra

 sangue terroniGrande guerra piccoli generali

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FEDE E’ RIVOLUZIONE!

s-l1600Nel IV secolo, quando si comincia a celebrare il Natale cristiano sostituendolo al Natale precristiano dedicato alla nascita del dio sole, si sostituisce alla retorica del potere (Dies Natalis Solis Invicti) – che finiva per fare del massimo potere oppressivo (l’imperatore) il figlio di dio -, la speranza di una rivoluzione dal basso con l’incarnazione di Dio in uno sconosciuto bambino nato povero tra i poveri, profugo e vittima del potere tra profughi e vittime del potere … accolto solo da “stranieri” (i magi), da “poveracci” (i pastori) e da “animali” (bue, asino, pecore … non dimentichiamo gli animali …), completamente snobbato dalla gente per bene (tutte le statuine dei vari mestieri che mettiamo nel presepe rappresentano la gente per bene che se ne strafrega di lui) e perseguitato da subito dal potere (Erode) … uno “sconosciuto” che, dopo aver lottato per i diritti dei poveri e dei diseredati, terminerà i suoi giorni terreni condannato alla peggiore delle pene di morte, la croce, insieme ad un gruppo di altri condannati per reati comuni (neanche l’onore di una esecuzione personalizzata) …

FEDE E’ RIVOLUZIONE: quest’uomo, che rappresentò l’antipotere per eccellenza, è IL VERO FIGLIO DI DIO … da lui nasce un movimento che, per fedeltà al sua maestro, dovrebbe essere un movimento di RIVOLUZIONE PERMANENTE, nel nome del Dio dei poveri, contro tutti i poteri di questo mondo ….

Il crocifisso è il simbolo più rivoluzionario della storia; è un attacco frontale a tutti i poteri umani ed un rovesciamento completo dei valori dominanti: Dio sta dalla parte degli ultimi, dei diseredati, dei disprezzati. Chi vuole costruire una umanità vera deve partire dal basso.

Cristo crocifisso di nuovo

Cristo crocifisso di nuovo

Questo dice il crocifisso a tutti. Non discrimina tra cristiani e non cristiani, tra patrioti e stranieri. Brandire il crocifisso per farne diventare un simbolo identitario contro qualcuno, come è stato fatto da questa ragazza al raduno della Lega nel Luglio 2018, è non aver capito assolutamente niente di questo simbolo.

Il crocifisso abolisce tutte le identità parziali e falsamente costruite per affermare una unica identità sostanziale: l’essere umano in quanto tale, a partire dall’ultimo. Il crocifisso è la rivoluzione.

La sirena materna che accoglie il bambino lasciato affogare dalla politica dei porti chiusi

La sirena materna che accoglie il bambino lasciato affogare dalla politica dei porti chiusi

 

 

Bambino salvato in mare nonostante i porti chiusi

Bambino salvato in mare nonostante i porti chiusi

 

 

 

 

 

 

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Gli zoo umani: lo sporco segreto della scienza

ota-benga-chimpPochi sanno, soprattutto in Italia, che la bestia umana è stata capace anche di questo: organizzare zoo umani, dove ad essere esibiti non erano degli animali, ma degli esseri umani considerati esattamente come animali da esposizione, la vergogna delle vergogne. La motivazione ultima di queste esposizioni era mostrare al pubblico la prova della teoria evoluzionistica. Lo sporco segreto della (pseudo) scienza antropologica occidentale.

Ecco alcuni video in proposito rintracciabili liberamente sul web, di cui solo uno in italiano!!!

Gli zoo umani


 

The Human Zoo Science’s Dirty Little Secret


 

Uomini in gabbia, gli zoo umani nell’Europa bianca

Human Zoos: when Real People where exibit

Schiavi e zoo umani: il Belgio fa i conti con le vergogne coloniali

Ota Benga: una storia di vergognosa follia occidentale

 

Ota Benga: The Man Who Was Kept in a New York Zoo


 

La triste historia de Ota Benga


 

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Manifesto studentesco per un risveglio ecologico

Dopo la pubblicazione del drammatico documento dell’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), un vero e proprio grido di allarme, – secondo il quale la temperatura media globale potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali, già nel 2030, causando cambiamenti climatici irreversibili – gli iscritti alle più prestigiose università francesi hanno deciso di far sentire la propria voce lanciando un nuovo movimento ecologista, pubblicando un MANIFESTO STUDENTESCO PER IL RISVEGLIO ECOLOGICO, nel quale chiedono un cambiamento profondo della società nella quale vivono per una presa di responsabilità globale e capillare del problema ambientale. A cinquanta anni esatti dal famoso “MAGGIO FRANCESE” che diede l’avvio alla rivoluzione del “SESSANTOTTO” … la speranza di un “OTTOBRE FRANCESE” che dia l’avvio ad un nuovo movimento studentesco europeo a partire da questo scorcio di 2018!!!!!

Ne diamo qui una nostra traduzione italiana.

Manifesto francese

 Noi studenti nel 2018, facciamo la seguente osservazione: nonostante i ripetuti appelli della comunità scientifica, nonostante i cambiamenti irreversibili ormai già da tempo osservati in tutto il mondo, le nostre aziende continuano il loro percorso verso la catastrofe ambientale e umana.

Dovremmo richiamarlo? Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato più caldo dei precedenti e di tutti gli altri decenni dal 18501. Nel 2018, anche i paesi scandinavi sono stati colpiti da incendi boschivi di una grandezza insolita2. Già oggi il 60% delle specie in Europa si trova in una situazione di conservazione sfavorevole3 e un terzo dell’umanità è interessato dalla desertificazione del suolo4. A causa della maggiore frequenza di eventi climatici estremi, del conseguente calo dei rendimenti agricoli e della recrudescenza di malattie, più di 100 milioni di persone sono a rischio di andare sotto la soglia di povertà entro il 20305. Entro il 2050, si prevede che 250 milioni di persone si dovranno trasferiranno a causa di eventi estremi legati al cambiamento climatico6.

L’elenco è lungo quindi cerchiamo di farla breve: noi abbiamo già, a livello planetario, oltrepassato almeno 4 dei 9 “confini planetari”7 oltre i quali il degrado ambientale può causare cambiamenti brutali del sistema Terra, compromettendo il proseguimento delle di attività umane. Dovremo aspettare che tutti i limiti siano superati prima di reagire? Certo, durante la Conferenza di Parigi del 2015, 195 paesi, con il supporto di gruppi di esperti e ONG, hanno concordato, senza peraltro obbligarsi, sulla necessità di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 2°C per non correre il rischio di causare un clima incontrollabile. Ma considerato lo scarto8 fra gli impegni quantificati degli Stati e le necessarie riduzioni delle emissioni, noi constatiamo con frustrazione che le azioni proposte sono fondamentalmente inadeguate alle sfide che abbiamo di fronte.

Insufficienti perché esse non permettono di affrontare alla radice le cause del problema. L’attuale funzionamento delle nostre società moderne, basato sulla crescita del PIL senza una reale considerazione delle carenze di questo indicatore, è il principale responsabile dei problemi ambientali e delle crisi sociali che ne conseguono. I nostri sistemi economici non sono stati ancora in grado di integrare né la limitatezza delle risorse disponibili9 né l’irreversibilità di certi degradi ecologici; non si mostrano affatto consapevoli della propria fragilità di fronte alle perturbazioni ambientali e all’allargamento delle disuguaglianze. I nostri sistemi politici, generati dall’espressione di interessi spesso contraddittori e lontani dagli interessi generali, fanno fatica ad acquisire una visione a lungo termine e a prendere decisioni efficaci per un rinnovamento ambizioso dell’economia. I nostri sistemi ideologici, infine, valorizzano i comportamenti individualistici della ricerca del profitto e del consumo senza limiti, portandoci a considerare come “normali” modi di vivere che sono lontani dall’essere sostenibili. A proposito delle problematiche ambientali, ci limitiamo al massimo all’ignoranza; nella peggiore delle ipotesi alla negazione.

Noi, firmatari di questo manifesto, siamo tuttavia convinti che questa immagine oscura non sia inevitabile. Abbiamo davanti due possibili opzioni per noi oggi: a) continuare il percorso distruttivo delle nostre società accontentandoci dell’impegno di una minoranza di persone e di aspettare le conseguenze che inevitabilmente verranno; b) prendere decisamente il nostro futuro in mano, scegliendo collettivamente di anticipare e di includere nella nostra vita quotidiana e nelle nostre imprese l’ambizione sociale e ambientale di cambiare rotta e non finire in stallo.

Il vantaggio della prima opzione è la sua facilità, dal momento che non deve cambiare nulla, o continuare a fare cambiamenti superficiali. Dobbiamo allora, noi giovani per tutta la nostra vita, restare puramente a guardare la macchina imballarsi senza reagire? Ci rifiutiamo di essere così. Siamo sempre più numerosi a ritenere che un cambiamento radicale della direzione sia oggi l’unica opzione possibile che ci possa offrire prospettive future più soddisfacenti. Anche se abbiamo forse un tempo più lungo prima che i nostri ricchi paesi temperati subiranno gravi danni a causa di problemi ambientali, noi ci rifiutiamo di pensare che tale dilazionamento possa costituire una scusa per non agire, soprattutto quando gli altri stanno già soffrendo conseguenze del nostro modello di sviluppo. Un francese medio fa infatti parte del 3% più ricco del mondo, e quasi tre pianeti sarebbero necessari se il nostro stile di vita dovesse diffondersi in tutto il mondo10. Noi  stiamo attualmente beneficiando di queste ingiustizie e saremo ancora più responsabili se non cominciamo adesso ad impegnarci per combatterle.

Davanti alla portata di questa sfida, ci rendiamo conto che gli impegni individuali, pur lodevoli, non saranno sufficienti. In effetti, cosa significa spostarsi in bicicletta, quando si lavora per un’azienda la cui attività contribuisce all’accelerazione del cambiamento climatico o all’esaurimento delle risorse? Man mano che ci avviciniamo al nostro primo lavoro, ci rendiamo conto che il sistema di cui facciamo parte ci prospetta posizioni spesso incompatibili con il frutto delle nostre riflessioni migliori e ci imprigionano dentro alle contraddizioni quotidiane. Noi siamo determinati, ma non possiamo agire da soli: possiamo superare queste contraddizioni solo con il coinvolgimento attivo di responsabili politici ed economici, il cui unico obiettivo deve essere quello di servire l’interesse pubblico in modo sostenibile.

Noi, i futuri lavoratori, siamo pronti a mettere in discussione la nostra aspettativa di comfort in modo che la società cambi profondamente.

Vogliamo approfittare della libertà di cui godiamo ora come studenti, per rivolgerci ai nostri futuri datori di lavoro per dire loro che li apprezzeremo in conformità con le nostre richieste espresse in questo manifesto. Affermiamo che è possibile vivere bene senza sprofondare nell’ultra-consumo o nella totale indigenza; che l’economia deve essere consapevole della sua dipendenza dal proprio ambiente per essere sostenibile; e che la risposta ai problemi ambientali è fondamentale per ridurre le disuguaglianze e i rischi di conflitto. La società che noi vogliamo non è una società di privazione più dura e più triste; è una società più serena, più piacevole, di rallentamento scelto. In effetti, il rallentamento della distruzione causato dal nostro modello economico non è incompatibile con il benessere umano, al contrario. È per tutte queste ragioni che le aziende devono accettare di porre la logica ecologica al centro della loro organizzazione e delle loro attività.

Come cittadini, come consumatori, come lavoratori, affermiamo quindi in questo manifesto la nostra determinazione a cambiare un sistema economico in cui non crediamo più. Siamo consapevoli che ciò comporterà un cambiamento nel nostro modo di vivere, perché questo è necessario: è giunto il momento di prendere le misure necessarie e smettere di vivere oltre i nostri mezzi, a spese dell’intero pianeta11, degli altri popoli e delle generazioni future. Abbiamo bisogno di un nuovo e diverso obiettivo che quello di mantenere ad ogni costo la nostra capacità di consumare beni e servizi di cui possiamo vivere senza. Noi dobbiamo porre la questione ecologica al centro del nostro progetto sociale. Per ottenere ciò, un nuovo  slancio collettivo deve nascere. E poiché la grandezza dell’obiettivo richiede la totalità delle energie, noi siamo pronti a mobilitare le nostre, con entusiasmo e determinazione. Noi vogliamo, attraverso la nostra mobilitazione, incoraggiare tutti gli attori della società – autorità pubbliche, imprese, individui e associazioni – a svolgere il loro ruolo in questa grande trasformazione e ad apportare i cambiamenti necessari verso una società finalmente sostenibile.

Firma il Manifesto

A cosa serve firmare questo manifesto? Per te, per prendere atto una volta per tutte che i problemi dichiarati sono reali e che vuoi pensare al tuo ruolo nella loro risoluzione. Per noi, studenti, per contribuire a generare uno slancio collettivo in modo che quelli che agiscono non si sentano più in minoranza. Per gli altri, per mostrare che gli studenti sono consapevoli di questi problemi, sanno come identificare le loro cause e sono mobilitati per agire.

Se sei rimasto a bocca asciutta in termini di azioni concrete, è normale. Ti spiegheremo nelle nostre FAQ perché non abbiamo proposto un’azione precisa; e ti diamo nella nostra scheda Cosa fare? molte opportunità di azione. A te il compito di esplorare, ma prima di tutto, firma!

Modello per firmare

Fonti

1 5ème Rapport du GIEC sur les changements climatiques et leurs évolutions futures (2013)
LECLIMATCHANGE.FR

2 Sarah Sermondadaz, “Incendies en Suède : un avant-goût de ce qui attend l’Europe, prévient Jean Jouzel”, Science et Avenir (23 Juillet 2018)
SCIENCESETAVENIR.FR

3 Agence Européenne pour l’Environnement, l’Environnement en Europe : Etat et perspectives (2015)
EEA.EUROPA.EU

4 Comité Scientifique Français de la Désertification
CSF.DESERTIFICATION.ORG

5Banque mondiale, “Plus de 100 millions d’êtres humains pourraient continuer d’échapper à la pauvreté grâce à un effor immédiat en faveur d’un développement respectueux du climat”, Communiqué de presse n°2016/164/GCC (8 Novembre 2015)
SCIENCESETAVENIR.FR

6 ONU Info, “Climat : 250 millions de nouveau déplacés d’ici à 2050, selon le HCR” (10 Décembre 2008)
NEWS.UN.ORG

7 Stockholm Resilience Center
STOCKHOLMRESILIENCE.ORG

8 Programme des Nations Unies pour l’Environnement, The Emissions Gap Report 2017 (31 Octobre 2017)
WEDOCS.UNEP.ORG

9 Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers et William W. Behrens III, The Limits to Growth, Universe Books (1972)
DONELLAMEADOWS.ORG

10 Global Footprint Network
FOOTPRINTNETWORK.ORG

11 WWF, L’autre déficit de la France (2018)
WWF.FR

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La nascita di Aloe, venti anni fa.

Venti anni fa, quando tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1998 demmo vita alla associazione missionaria Aloe, tutto potevamo immaginare, meno che nel lontano 2019 saremmo stati ancora vivi e vegeti.

20 anni AoePersonalmente provenivo da cinque anni di volontariato internazionale in Zambia insieme a mia moglie e ai miei figli, cinque anni meravigliosi che avevano segnato per sempre la nostra vita nel segno della condivisione e della solidarietà. Ma anche dalla sensazione amara di una sostanziale solitudine di questa nostra esperienza: il nostro territorio non ci aveva accompagnato in alcuna maniera durante questi cinque anni e soprattutto al nostro rientro non aveva mostrato alcun segno di interesse per quanto avevamo vissuto al servizio dei nostri fratelli e sorelle più. Non volevo che esperienze così belle e ‘politicamente’ rilevanti per una vera coscienza della mondialità, restassero per il futuro mute e inascoltate.

Fu così che, condividendo queste riflessioni con un missionario da poco rientrato in Italia dopo una lunga permanenza nella foresta amazzonica colombiana, padre Beppe Svanera dei Missionari della Consolata di Santa Maria a Mare, nacque l’idea di mettere in rete persone del nostro territorio comunque sensibili alle problematiche della Missione, riallacciando legami e storie che pure nel passato si erano avuti. Venti anni prima (quindi ora quaranta anni fa), attorno alla comunità dei missionari di Santa Maria a Mare era sorto, a partire dalla seconda metà degli anni settanta e fino ai primi anni ottanta, un bel movimento missionario tra adolescenti dei diversi paesi del fermano, animato da giovani missionari presenti in quella comunità, che poi erano partiti per diverse destinazioni missionarie. Il movimento missionario giovanile si era esaurito, ma ne restava la nostalgia in tante persone allora adolescenti.

Insieme a padre Beppe Svanera, nel maggio del 1997 – con la mia famiglia eravamo rientrati dallo Zambia nel luglio dell’anno precedente e padre Beppe era rientrato dalla Colombia e assegnato alla fraternità di Santa Maria a Mare più o meno nello stesso periodo – iniziammo ad organizzare giornate mensili di convivenza nel segno della missionarietà, dando spazio alle testimonianze di qualche missionario disponibile e cercando di riallacciare rapporti con tutte quelle persone che venti anni prima, da adolescenti, avevano frequentato il centro missionario di Santa Maria a Mare.

Mamma AloeE’ stato nell’ambito di queste giornate di convivenza e di formazione che emerse la disponibilità da parte di una delle persone che vi partecipavano, Peppe De Rosa, di partire per una lunga esperienza di volontariato internazionale. Peppe De Rosa era falegname e la ONG con la quale avevo lavorato i miei ultimi due anni nello Zambia, il COE di Milano, stava cercando in quel periodo un falegname per riattivare un progetto di falegnameria. E fu così che nacque la prospettiva concreta per il nostro amico di partire per i suoi due anni di missione. Ma tutto era nato nell’ambito del gruppo di persone che si ritrovavano mensilmente a Santa Maria a Mare. La partenza di Peppe sarebbe stata un po’ anche la partenza di tutte le persone del gruppo. Il passo da questo sentimento alla decisione di impegnarci formalmente per camminare con lui attraverso una associazione di volontariato fu breve. E prima che Peppe partisse, all’inizio del dicembre 1998, l’associazione missionaria Aloe era già nata. Negli anni successivi Aloe cominciò ben presto ad appoggiare missionari e volontari provenienti dal nostro territorio e operanti nei territori del mondo. Fu così che pezzetti di storia della Siria, del Bangladesh, della Colombia, del Perù, dell’Etiopia, dello Zambia, della Tanzania, delle Filippine, del Togo, del Benin, dell’Egitto, del Brasile, dell’Ecuador ecc. sono pian piano diventati pezzetti anche di storia nostra, almeno di tutte quelle persone che in questi anni ci sono state vicine o hanno camminato un po’ anche con noi.

Buon compleanno Aloe!

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Oscar Romero, il martire che fu voce dei poveri in Salvador

Painting of Salvadoran Archbishop Oscar Romero in Cathedral of San Salvador

Era la sera del 24 marzo 1980 quando Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), arcivescovo di San Salvador, celebrava la Messa nella cappella dell’ospedale per malati terminali, dove viveva, per essere sempre vicino ai poveri. Uno sparo lo colpì sull’altare mentre consacrava l’ostia. Morì qualche minuto più tardi, all’età di 63 anni. La vigilia, in un’omelia in cattedrale, monsignor Romero aveva chiesto ai militari di non uccidere, anche se questo avesse significato disobbedire agli ordini. Il Paese era in preda a una terribile guerra civile, che avrebbe fatto 80mila mila morti su quattro milioni di abitanti, segnata dalla presenza di una destra sanguinaria che finanziava gli “squadroni della morte” per assassinare gli oppositori. Romero era un pastore che aveva a cuore il suo popolo. Possedeva il carisma della parola e della predicazione. Vedeva l’ingiustizia sociale del Paese, l’amara condizione dei salvadoregni, gli e_etti della miseria sulla salute dei contadini. Si schierò per la giustizia, per una migliore distribuzione delle ricchezze. Davanti a qualsiasi tipo di violenza chiedeva con fermezza il rispetto delle leggi. I suoi oppositori, dopo aver tentato invano di farlo destituire da arcivescovo, gli aprirono la strada verso il martirio. Romero sapeva di essere in pericolo, ma restò con il suo popolo.

Meticcio, di piccola statura, come la maggioranza dei salvadoregni, di formazione conservatrice, cresciuto nel rispetto dell’autorità, era nato a Ciudad Barrios nel 1917. Da seminarista studiò a Roma dal 1937 al 1943, città per cui ebbe sempre un grande a_etto come centro della cattolicità. Nominato vescovo ausiliare di San Salvador nel 1970 da Paolo VI, divenne arcivescovo di San Salvador nel 1977. Fu il contatto quotidiano con i fedeli, a cui Romero non s’è mai sottratto, a fargli prendere coscienza dell’iniquità del sistema sociopolitico dell’epoca, che “scartava” la maggior parte dei cittadini. Ben presto divenne “voce dei senza voce”, cioè dei poveri, grazie alle sue ampie omelie fatte di spiegazione dei passaggi biblici e d’informazioni sui fatti della settimana. Suo malgrado, l’arcivescovo divenne l’uomo più influente del Salvador. Romero era uomo di pace Disse un giorno: «Se Cristo avesse voluto imporre la Redenzione con la forza delle armi o con quella della violenza non avrebbe ottenuto nulla. È inutile seminare il male e l’odio».

Riconosciuto il suo martirio, ossia la sua uccisione in odium fidei, è stato proclamato beato in una solenne celebrazione in San Salvador il 23 maggio 2015. Il miracolo attribuito alla sua intercessione che lo porterà alla canonizzazione ha al centro una donna del Salvador, Cecilia Flores, che era alla sua settima gravidanza e che per una gravissima complicanza rischiava di morire dopo la nascita del piccolo. Il marito, trovando una Bibbia della nonna con un’immagine dell’arcivescovo, aveva invocato l’aiuto del presule. La mattina successiva, in clinica, l’uomo scoprì che gli organi interni della moglie avevano ricominciato a funzionare.

«Il martirio di monsignor Romero – ha detto Papa Francesco concludendo a braccio il discorso ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador in Vaticano nell’ottobre 2015 – non fu solo nel momento della sua morte, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posteriormente, perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Lapidato con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua».

 

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Carlo Antonio Gastaldi, un operaio biellese brigante dei Borboni

Chi non ricorda il bellissimo film di Kevin Costner del 1990 Balla coi lupi, nel quale si racconta della vicenda di un ufficiale dell’esercito unionista che finisce con il fraternizzare con una tribù del popolo Sioux, conosciuto da vicino, al punto di unirsi a loro contro lo stesso esercito americano!  La storia dell’ufficiale americano è ambientata nel 1863, durante la guerra di secessione. Chi conosce invece la storia di Carlo Antonio Gastaldi, soldato piemontese mandato a combattere contro i cosiddetti “briganti” che si erano ribellati all’invasione piemontese dell’Italia del sud, il quale negli stessissimi anni, 1861-1863, aveva fatto la stessa cosa, e cioè aveva abbandonato l’esercito piemontese, nel quale si sentiva a disagio, per unirsi alla lotta partigiana dei contadini pugliesi (BASTA parlare ipocritamente di “briganti” – lo diceva già Antonio Gramsci!), tra i quali si sentiva più a suo agio per aver riconosciuto in loro le stesse ragioni dei poveri contadini piemontesi? E non fu il solo soldato piemontese passato con i partigiani della resistenza contadina del sud Italia! Una storia da conoscere!

Carlo-Antonio-GastaldiCarlo Antonio Gastaldi da soldato dell’esercito piemontese, sceso al sud per reprimere il brigantaggio, diventa brigante della banda del sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, in provincia di Bari.

Nacque il 7 novembre 1834 in Piemonte a Vagliumina (oggi quarantasei abitanti), piccola frazione di Graglia, in provincia di Biella. Il padre era selciatore, lui cardatore. Nel 1855 fu arruolato in fanteria. Combattè contro gli austroungarici a Palestro, meritandosi una medaglia d’argento. Ma la vita militare non era per lui. Venne condannato più volte, dal Tribunale di guerra, al carcere. Due volte fu graziato dal re piemontese.

Il 1861 fu l’anno dell’Italia “unita”. L’esercito piemontese, per unire il sud al regno sabaudo, scese nell’ex Regno delle Due Sicilie con un’imponente armata per combattere la Resistenza del popolo meridionale. Anche Carlo Gastaldi, numero di matricola 17056, nel “Corpo Cacciatori Franchi” del 16° Reggimento di Fanteria, IV Battaglione, partì per dare la caccia ai “briganti”. Fu prima a Taranto e poi a Brindisi. Nelle Puglie era in atto una delle più grosse rivolte contadine, capitanata da Pasquale Domenico Romano, ex sergente dello sconfitto esercito borbonico e ora comandante generale, nominato dal Comitato borbonico segreto di Gioia del Colle.

Un grande successo della banda brigantesca del sergente Romano, che contava oltre 200 uomini sotto la bandiera bianca gigliata borbonica, fu la riconquista di Gioia del Colle, suo paese natale, avvenuta il 28 luglio 1861. Ma la vittoria durò poco. La vendetta dei piemontesi fu terribile. Secondo quanto si dice nella tradizione popolare furono massacrati 150 rivoltosi.

Intanto Carlo Gastaldi, per aver venduto due mazzi di cartucce ed una coperta da campo viene prima rimesso in prigione e poi destinato per “cattiva condotta” al Corpo disciplinare di Finestrelle (Torino). Ma durante il trasferimento, sotto scorta dei carabinieri, nella notte tra il 17 ed il 18 novembre 1862, nei pressi di Fasano, riesce a scappare. Viene dichiarato disertore per la terza volta.

gastaldiAbbandonato l’esercito piemontese, mentre era alla macchia incontra i briganti del sergente Romano e si arruola con loro. Erano povera gente come lui. Entra subito nelle simpatie del comandante Romano, diventandone amico e confidente, una specie di segretario-luogotenente. E non solo. Il Gastaldi ottiene anche le confidenze più segrete ed intime del Comandante: personali ed amorose.

Il Gastaldi partecipa attivamente a tutte le scorribande brigantesche del Romano. Il 21 novembre 1862 si ottiene la vittoriosa battaglia di Carovigno. Il giorno dopo viene assaltata la masseria Santoria, a cinque chilometri da Torre Santa Susanna, dove viene sequestrato il massaro Giuseppe de Biase, vecchio liberale, che poi verrà ucciso. A queste azioni partecipa anche il comandante Cosimo Mazzei di San Marzano, detto Pizzichicchio, che aveva unito la sua banda a quella del Romano. Nei giorni successivi si è ad Erchie, Avetrana, Grottaglie, Massafra, Mottola.

La mattina del 24 novembre 1862 la banda Romano si acquartiera nel bosco delle Pianelle, nei pressi di Martina Franca, che già nei primi anni del secolo era stato la base per le imprese del prete brigante don Ciro Annicchiarico. Da qui il Romano manda dei corrieri in Basilicata per proporre un’intesa al capobrigante Carmine Donatelli Crocco. Ma non se farà niente.

gastaldi 2Il 1° dicembre 1862 la compagnia fa sosta alla masseria dei monaci di San Domenico. Sono presenti tutti i comandanti delle bande del Salento e del Barese. Nella notte i piemontesi sferrano un attacco di sorpresa. E’ una disfatta per i briganti. Ne muoiono in tanti; muore anche il comandante Giuseppe Nicola La Veneziana, vengono feriti Pizzichicchio e Quartulli. Molti fuggono. Pasquale Romano, che con 40 uomini era andato alla ricerca di provviste e foraggio, non partecipa alla battaglia. Si salva anche Carlo Gastaldi.
I comandanti superstiti decidono di sciogliere la compagnia e prendono strade diverse. Il Romano rimane alle Pianelle con una quarantina dei più fedeli: tra questi vi è Carlo Gastaldi.

Curati i feriti e recuperati i fuggiaschi dispersi, dopo qualche giorno si parte per la masseria Santa Chiara di Noci. Qui il Gastaldi consegna al prete don Vito Nicola Tinella (che si trovava lì per celebrare una messa ai briganti) una lettera da far recapitare ad un fratello che si trovava a Napoli. Ma il prete anziché spedirla, apre e legge la lettera, che strappa poi in quattro pezzi e si mette in tasca. La lettera verrà consegnata dallo stesso don Tinella alla polizia, che lo aveva arrestato, a dimostrazione che non aveva voluto collaborare con i briganti.

Nella lettera, in realtà indirizzata al padre, Gastaldi tra l’altro parlava delle battaglie vittoriose degli uomini capitanati dal Romano, che non erano «briganti come erano spacciati»

Dopo varie scaramucce con i piemontesi, il sergente Romano decide di ritirarsi con i pochi a lui rimasti fedeli nel bosco di Vallata, nei pressi del suo paese Gioia del Colle. La sera del 6 gennaio 1863 i piemontesi circondano il bosco. E’ la fine. Ventidue “briganti” restano uccisi sul campo, Tra essi il sergente Pasquale Domenico Romano. Pochi si salvano, o facendo finta di esser morti, o dandosi alla fuga. Tra gli scampati vi è Carlo Gastaldi, che qualche mese dopo, con la speranza di aver salva la vita, si consegna ai piemontesi a Bari. Subisce due processi; nel primo per fatti inerenti al brigantaggio viene condannato a 15 anni, nel secondo per la diserzione la condanna è di 18 anni di lavori forzati. A seguito di questa sentenza il Gastaldi viene radiato definitivamente dall’esercito. E’ l’ultima notizia che abbiamo di lui: poi più nulla.
Ma il Gastaldi merita di essere ricordato, se non altro perché ebbe il coraggio di schierarsi al fianco del più idealista dei “briganti” del Mezzogiorno.

Gustavo Buratti, grande studioso delle minoranze linguistiche esistenti in Italia, scrive la storia del Gastaldi in dialetto piemontese con traduzione italiana a fronte. Nella traduzione ho notato qualche inesattezza, specialmente dal punto di vista geografico sui paesi pugliesi.
Mi piace chiudere la mia recensione con un passo tratto dalla nota di edizione che introduce il libro: «Il Piemonte non sono solo i Savoia, sono anche e soprattutto i Gastaldi, i contadini delle Langhe, del Cuneense, delle sue campagne. Sono i Nuto Revelli, i Gustavo Buratti». E con loro e tramite loro è possibile un incontro tra Nord e Sud.

In appendice al libro sono elencati, con brevi cenni biografici, 169 (centosessantanove) uomini della banda Romano.

 

Recensione di Rocco Biondi,
pubblicata su https://comedonchisciotte.org/forum-cdc/#/discussion/9530/carlo-antonio-gastaldi-brigante-di-gustavo-buratti

Gramsci

GUSTAVO BURATTI, Carlo Antonio Gastaldi – Un operaio Biellese brigante dei Borboni, Qualecultura (Vibo Valentia) – Jaca Book (Milano), 1989, pp. 100

 

 

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Il genocidio in atto in Congo: sei milioni di morti, sotto i nostri occhi, dal 1996 ad oggi!

Il Congo: una terra martire del terrorismo di matrice occidentale!!!!

Congo

Con il silenzio dei media occidentali su questa atroce vicenda ancor oggi in atto, siamo tutti colpevoli! In Congo molto peggio che in Siria, e da molti più anni! Ma il silenzio è d’obbligo, perché le potenze ultime del terrorismo sono tutte di uno stesso colore: le potenze occidentali con gli USA in testa!!!!
APRIAMO GLI OCCHI … SE VOGLIAMO RIMANERE UMANI !!!!

 

Genocidio in Congo. 6 milioni di morti nel silenzio mediatico!

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